«Flessibilità degli spazi abitativi ma senza dimenticare la bellezza»
Per Andrea Cavani, fondatore dell’Archivio Leonardi, l’emergenza ha messo in crisi un intero sistema, compreso quello legato all’edilizia
«Il Covid ha evidenziato la crisi di un modello economico e sociale su cui abbiamo puntato tutto. Nel frattempo assistiamo al protagonismo di esperti di ogni settore che si presentano con la ricetta in tasca». Sono parole di Andrea Cavani, fondatore dell’Archivio Leonardi, per il quale il tema complesso porta allo sfoggio estemporaneo di idee. «Nel periodo dell’emergenza ho apprezzato di più il silenzio necessario alla riflessione, oppure, per l’architettura, dichiarazioni come quella di Renzo Piano che sostiene che ciò prodotto negli ultimi 50 anni ha connotati fallimentari. E invita ora i giovani a fare meglio».
Il ruolo degli architetti?
«C’è la tendenza a ripensare le città attraverso un approccio ‘clinico’, per analogie con la pandemia. La città appare un malato terminale su cui intervenire con urgenza per distanziarci, piantare alberi, coibentare edifici, ridurre i consumi, convertire la mobilità. Azioni necessarie, ma non possono prescindere da una cultura, la nostra, basata sulla qualità spaziale, sulla proporzione, sull’architettura più autentica. La ‘bellezza’, esito di processi progettuali organici, ha un ruolo fondamentale nello sviluppo di una società e non può essere messa in secondo piano. Agli architetti spetta questo compito, direi anche responsabilità».
Leonardi cosa ci insegna?
«Leonardi e Franca Stagi avevano in mente, dai primi anni 60, una sorta di “città-parco” per una società in cui tutti potessero godere della ricchezza della natura».
Oggi molti intellettuali, tra cui noti architetti, portano avanti questo tema…
«Quando Leonardi sosteneva queste idee veniva ritenuto stravagante. Fa effetto vedere oggi che la credibilità di personalità famose sia basata su posizioni analoghe. Però, a differenza di Leonardi, queste personalità fanno leva sull’allarme per la sopravvivenza del pianeta: o si cambia o siamo spacciati. Cesare esprimeva semplicemente il suo amore per gli alberi».
I parchi, come quello Amendola, si sono rivelati spazi fondamentali in queste fasi?
«Dopo la chiusura totale, abbiamo assistito ad una eccezionale frequentazione, con una familiarità, quasi affettiva, tra gli abitanti e i parchi cittadini. In questi mesi sono stati utilizzati per lavorare, leggere, studiare, fare sport, incontrarsi. Hanno mostrato appieno il loro valore e versatilità».
Alla versatilità degli spazi non dovrebbero tendere anche gli edifici?
«La capacità degli spazi e degli edifici di adattarsi, se ben concepiti, è fondamentale. Per cui direi, meno specializzazione e più attenzione a luoghi a misura d’uomo».
Qual è l’impegno?
«Evitare distorsioni: i maggiori nemici della cultura del verde sono gli slogan. Il verde deve essere prima di tutto un fatto culturale, in una architettura di bellezza che generi comprensione, legame, amore per le cose, vita. Partendo dalla nostra città, pioniera dagli anni ’60 di politiche che ricercavano una sintesi tra “natura e cultura urbana”, possiamo valorizzare queste eredità, sviluppando progetti esemplari e coraggiosi». —
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