Gazzetta di Modena

«L’uomo ha spirito di adattamento Io punterei deciso sulle città giardino»

Michele Fuoco
«L’uomo ha spirito di adattamento Io punterei deciso sulle città giardino»

L’architetto Cesare Leonardi invita soprattutto a ripensare il nostro rapporto con le meraviglie della natura

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Aveva anticipato i tempi Cesare Leonardi, con il monumentale volume “L’architettura degli alberi” del 1982, nel ritenere necessaria un’architettura che avverasse l’inscindibile rapporto tra uomo e natura. Il Covid ci obbliga a riconsiderare questo aspetto. «Quando ero studente, rimasi affascinato dalle forme degli alberi, dai colori e mutazioni stagionali. Li ho studiati, ridisegnati e ho imparato ad usarli nei progetti, tutto lì. Ho sempre pensato che occorresse concepire i luoghi in cui viviamo, a partire dalla presenza degli alberi e del verde. Ma mi sono reso conto sul campo che anche nelle città il rapporto tra uomo e natura è spesso conflittuale».

È opinione comune che per salvare il pianeta da scenari catastrofici sia urgente invertire rotta, e che una delle principali strategie sia proprio piantare alberi in città…

«Gli alberi sono fondamentali sia per l’ambiente che per il nostro benessere. Tuttavia è importante considerare pure il benessere degli alberi: abbiano spazio e condizioni adeguate per crescere armoniosamente. Li ho sempre considerati come individui: vorrei che vivessero senza i condizionamenti e le imposizioni, frutto di una cultura che li vede in modo strumentale ed estetizzante».

Il suo sistema, chiamato Struttura Reticolare Accentrata, serve a questo?

«È un modo per disegnare il territorio a partire dalle esigenze degli alberi. A Bosco Albergati (la “città degli alberi” nei pressi di Castelfranco), il principale progetto in cui ho applicato il sistema, tutti gli alberi sono coerentemente distanziati tra loro e disposti secondo un preciso tracciamento: le querce nei punti principali, le siepi nei collegamenti tra gli stessi punti. A guardarlo non si percepisce il disegno del progetto razionale dell’autore. Il bosco si offre naturalmente spontaneo. E ciò mi piace molto».

Abbiamo spazi adeguati ad emergenze, come la pandemia?

«Da molto tempo non mi muovo da casa. Per me non è cambiato nulla. Abito in una casa circondata da un piccolo giardino e da alberi. È sicuramente un privilegio. Avevo anche un orto, ma non ho più le energie per occuparmene».

E per chi non ha questa possibilità?

«Si tratta di progettare spazi adeguati alle nostre esigenze. Anche se nel bene e nel male l’uomo si adatta agli spazi che gli vengono dati. Ha un grande spirito di adattamento. Vedo tutti dalla finestra di casa andare in una direzione, se tu chiudi una strada tutti si organizzano e cambiano le proprie abitudini».

Devono essere soprattutto gli architetti a reinventare il modo di vivere, con meno disagi?

«Credo che ognuno al mondo debba fare la sua parte. Si sviluppano nuove cose e queste ne producono altre ancora. Certo, se guardiamo al passato, stili di vita, abiti, mezzi di trasporto, pensiamo che in altre epoche vivessero peggio. Ma è una nostra idea, a posteriori è troppo facile. Comunque, tornando alla domanda, ritengo che oggi gli architetti dovrebbero essere più considerati».

Quale potrebbe essere il nuovo modello urbano?

«Esempi di città pensate da architetti ce ne sono parecchi, a partire dalle città giardino inglesi di inizio Novecento pensate da Howard. Mi hanno sempre affascinato, anche se in Italia non siamo stati in grado di replicare quei modelli. Con Franca Stagi, nel 1970, avevamo proposto un sistema verde per Modena che non si è mai realizzato. Quello sì avrebbe anticipato i tempi».

Oggi si parla di grandi progetti, migliaia di alberi da piantare nell’immediato futuro per rendere le città sostenibili. Chi controllerà il modo in cui viene fatto?

«Se parliamo di alberi si vedono in giro cose impensabili. Ma non sono pessimista, la natura riesce quasi sempre a reagire, anche quando viene trattata in maniera impropria. “La natura è spietata”, diceva uno che conosco». —

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