«Si riporti al centro l’umanità no all’urbanistica della superbia»
Francesco Gentilini auspica che questa esperienza del lockdown sia la spinta per riconsiderare il modo di progettare ed edificare
«Oggi più che mai bisognerebbe interpretare l'architettura come una conversione dell'urbanistica della superbia ad una dimensione che riporti al centro l’umanità».
Solo in questo modo, per l’architetto Francesco Gentilini, si può trasformare, nel modo migliore, questa crisi in una opportunità di cambiamento.
Qual è l’urbanistica della superbia?
«E’ la “splendida” architettura dello spreco delle megalopoli, dei centri urbani più densamente abitati e inquinati, dove il Covid ha trovato terreno fertile. Un paesaggio urbano, costellato, purtroppo, da immensi contenitori di cristallo. Grattacieli, come tanti parallelepipedi infissi nel suolo, danno forma al paesaggio urbano moderno, dove l'estetica si differenzia solo dalla composizione delle facciate di vetro e acciaio, dalla diversa forma, dimensione e altezza. Nascono così grattacieli snelli e altissimi, a piramide o a vite, in una ricerca estetica ossessiva del diversificarsi gli uni dagli altri. La sostanza non cambia: rimangono sempre dei contenitori meccanici dove la regola principale dell'abitare a “misura d'uomo” è esclusa. Ciò mette a fuoco il tradimento dei principi dell'architettura moderna con il suo bagaglio etico. Così nasce l'illusione insensata di molti architetti di promuovere una nuova architettura, sapendo che nei loro progetti la regola dominante è quella della simbologia dei poteri dominanti. Vorrei ricordare che a fine 800 e primi 900, a causa di tubercolosi, colera, spagnola e altre epidemie imputabili a sovraffollamento e condizioni igieniche precarie, nelle capitali europee sono stati demoliti interi quartieri per realizzare piazze e viali. E gli abitanti sono stati spostati in quartieri periferici con migliori condizion».
Su cosa deve fondarsi il nuovo modo di costruire?
«Occorre tener fede ai valori fondamentali dell'architettura moderna, fondati sulla semplicità che rispetta il contatto con i bisogni e le speranze comuni. Una architettura realistica che definisca la casa, la città, gli spazi d'incontro e di scambio come i temi di ricerca più appassionanti, e che consideri lo spreco di energia, di risorse, di tempo umano, insostenibile e assurdo. Ciò riguarda la mia esperienza di urbanista, coinvolto nella progettazione di nuovi e importanti quartieri a Modena».
È ancora possibile l’espansione urbanistica?
«In Italia ci sono oltre 7 milioni di abitazioni non utilizzate e 700 mila capannoni dismessi. L’idea di fondo è che nel nostro paese e in poche altre nazioni europee è finita l’epoca dell’urbanistica e dell’edilizia dell’espansione ed è cominciata quella del riuso e del recupero dell’esistente, cioè la limitazione del consumo di nuovo suolo “verde”.Ora in Emilia Romagna, c’è una legge su questo aspetto».
Bisogna riconsiderare anche gli spazi pubblici ?
«Sì, certo. Ma a dominare saranno sempre i costi economici. Se i costi di gestione di un cinema, di una teatro, di uno stadio, di una ristorante e di altri locali pubblici sono proporzionati al numero dei fruitori, non ci sarà locale che potrà affrontare, a causa di pandemie, un calo del 50% degli introiti».
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