Dai libri per ragazzi al “Mulino del Diavolo” Un thriller storico per Luciano Malmusi
Lo scrittore vignolese racconta la storia e le complesse indagini sul delitto del mugnaio di Montetortore trovato trafitto da un palo
L’INTERVISTA
Michele Fuoco
Dalla letteratura per ragazzi al thriller: il vignolese Luciano Malmusi, dopo aver pubblicato opere con Salani, Mondadori, Einaudi, RCS, Signorelli), si confronta con il romanzo giallo. Ecco allora “il Mulino del Diavolo” (Pendragon, pp. 446, euro 18), un thriller a sfondo storico, ambientato in luoghi del nostro Appennino.
Le indagini dello scorbutico Bargello della Podesteria di Montetortore, su un mugnaio trafitto da un palo acuminato e sul corpo di una bimba sulle ginestre piegate dalla neve, ci portano tra i mulini e i canali di una Bologna preindustriale, sulle tracce di un misterioso “Cardellino” che dovrebbe volare sulla città il giorno dell’incoronazione di Carlo V.
E ci svelano, tra libri e mulini, un incredibile intrigo politico nel 1529-1530.
Perché il giallo?
«E’ stata una sfida. Provengo dal teatro, dalla letteratura per ragazzi, ma già nella mia ultima opera “Il Vampiro che mordeva i krapfen”, pubblicato da Mondadori scuola nel 2008, c’era la struttura del poliziesco. Forte il desiderio di scrivere qualcosa che coinvolgesse i luoghi che amavo, le zone montane sulla destra del Panaro, perennemente coinvolte nelle lotte tra Modena e Bologna».
Ci sono tanti mulini?
«Perché i mulini non macinavano solo cereali, ma anche idee. In quegli anni si ha una straordinaria diffusione di libri a stampa che cominciano a circolare tra le classi più umili, si innestano sulla cultura contadina, fanno sognare cambiamenti sociali. Quando, dopo il Concilio di Trento, l’Inquisizione tenta di mettere un freno alla cosa, scopre che i centri di diffusione di queste idee ritenute eretiche sono proprio i mulini».
Chi è il protagonista del romanzo?
«Il protagonista è un Bargello di montagna, che a quei tempi svolgeva le mansioni di un moderno commissario. Un birro colto (ha seguito studi naturalistici all’Alma Mater di Bologna) scontroso, invasivo, rompiscatole, borioso, è impeccabile nel suo lavoro, ma anche ottimo cuoco. Ma le sue certezze, di fronte al duplice omicidio, vacillano».
E altre figure di primo piano?
«Spicca la giovanissima copista Hanna Khoster, che vive a Bologna con il padre Nicola, in un mulino. Hanna, giornalista ante-litteram innamorata dei libri, sogna un torchio a stampa e intanto, per finanziarsi, scrive “avvisi” che vende a clienti facoltosi. Raccoglie e nasconde manoscritti “scomodi”, diffonde libri tra i mugnai della montagna, e ciò la lega al delitto di Montetortore. Per questo intraprende una sua indagine, che naturalmente finisce per intrecciarsi con quella del Bargello. Da citare anche l’anima nera della storia, la “Belva, un imprendibile assassino dalla faccia devastata dal fuoco».
Perché tanta importanza ai libri, in questo giallo?
«I libri, nei primi decenni del Cinquecento, portano a una rivoluzione non solo culturale. Venezia è al centro perché stampa la metà dei libri europei. Editori come Aldo Manuzio inventano i caratteri moderni, il libro tascabile dedicato allo svago, il best-seller, l’autore di successo. Sul ponte di Rialto i fan di Pietro Aretino attendono con ansia che il loro idolo si affacci alla finestra. Un po’ come fanno oggi i fan di Vasco Rossi. Inoltre, c’è una persona che mi ha ispirato. Per parecchie estati, accanto alla mia casa a Montalto di Montese, ha soggiornato la famiglia Roversi, cui mi lega un’affettuosa amicizia. Ho avuto la fortuna di conoscere il poeta Roberto Roversi e ho potuto toccare con mano il suo amore per i libri. È stato proprio lui che mi ha ispirato la figura di Nicola Khoster, l’umanista che si nasconde in un mulino e che porta i libri ai mugnai della montagna».
La storia è d’ invenzione o è legata anche a fatti a fatti concreti?
«La storia è legata a fatti realmente accaduti. Ma nello stesso tempo l’opera è di fantasia. Nel senso che non dice “cosa” è accaduto, ma “cosa sarebbe potuto accadere”. Non ho cercato il vero, ma il verosimile». —
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