Gazzetta di Modena

l’intervista 

«Prendiamo esempio dal dopoguerra se vogliamo guarire dalla pandemia»

Serena Arbizzi
«Prendiamo esempio dal dopoguerra se vogliamo guarire dalla pandemia»

Vittadini, presidente Fondazione per la Sussidiarietà, oggi a Carpi: «Aiutiamo chi fa impresa e innova»

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«La nostra forza sono le piccole medie imprese: per questo bisogna abbandonare l’assistenzialismo e rafforzare la sussidiarietà. Bisogna aiutare chi innova e chi occupa persone, come negli anni Cinquanta, dopo la guerra». È la ricetta per uscire dalla crisi post Coronavirus di Giorgio Vittadini, fondatore della Compagnia delle Opere, esponente di spicco di Comunione e Liberazione e presidente della Fondazione per la sussidiarietà, stasera ospite a Carpi.

Presidente, come siamo cambiati dopo il Covid?

«L’umanità è cambiata in due modi: c’è chi lo ha fatto con la speranza e chi è disperato. Il cambiamento permette di mettersi in azione, oppure di lasciare prevalere la paura, con l’effetto opposto. Quindi, c’è chi ha mostrato qualcosa che non aveva prima e chi, invece, ha timore».

Come si può vincere questa paura?

«Bisogna avere una speranza, qualcosa in cui credere. Possiamo dimostrare una capacità di adattarci al cambiamento fortissima: basti pensare a tutto quello che è stato fatto, alle tensostrutture costruite in una manciata di ore negli ospedali. O agli insegnanti che non sapevano niente di informatica e sono riusciti a insegnare a distanza. O a chi ha dovuto abituarsi al telelavoro quando poco prima gli sembrava incredibile. Abbiamo dimostrato di avere risorse impensate».

Come può ripartire l’Emilia Romagna?

«Questa regione ha cuore e legami. Pochi giorni fa ero a Imola dove mi raccontavano che tanti anni fa era una zona poverissima divenuta, con la forza della gente, centro di imprenditoria privata e cooperativa. Bisogna ricuperare questa forza. Per fare un esempio storico: quando venne Giovanni Paolo II disse che l’Emilia era sazia e disperata. Come se, con il benessere, si fosse persa quella forza di agire e ci si sia un po’ seduti. Come Rocky III che perde il titolo e il suo amico gli dice: “Non hai più gli occhi di tigre”, che sono la fede, la voglia di lottare. Dobbiamo recuperare gli occhi di tigre».

Nel libro di don Julian Carron, “Il risveglio dell’umano” (Rizzoli-Bur), si parla del dolore del non essere stati vicini ai propri cari negli ospedali nella fase più acuta della pandemia. Don Giussani diceva che si può trasformare la persecuzione in un momento per guardare oltre. Come applichiamo questo principio al momento attuale?

«Quando si ama si comprende che questo amore è infinito, anche se non sa come, anche se non ha una fede si può trasformare il momento in cui muore un congiunto in un momento per capire che sopravvive qualcosa. Quando don Gnocchi chiudeva gli occhi ai nostri Alpini in Russia dava una speranza in un momento disperato. Lo stesso ha fatto il personale sanitario con l’iPad quando metteva in contatto i parenti. Come diceva Guareschi: “Non muoio neanche se mi ammazzano”».

La società come può guarire dalla pandemia in senso mentale e sociale?

«Bisogna che ognuno di noi scopra il cuore: basta con l’uomo solo al comando, con la perdita dei legami sociali. Serve tornare a vivere insieme, nei bar, nei ristoranti, nelle parrocchie. L’idea che l’egoismo dei singoli porti al benessere collettivo è sempre stata sbagliata e adesso è disastrosa».

Come avviene in pratica?

«Con la sussidiarietà: la nostra forza sono le piccole medie imprese, le associazioni, le cooperative, il no profit. Bisogna aiutare la crescita di quelle, uscire dall’assistenzialismo di questo periodo per investire, aiutare i giovani che fanno impresa, aiutare chi innova, chi occupa persone. È quello che è successo negli anni Cinquanta e dobbiamo rifarlo. Il dopo pandemia può essere un “dopoguerra” positivo: dopo la distruzione ci può essere il rilancio economico. Carpi, ad esempio, è centro di tante Pmi che hanno reagito positivamente alla crisi e cercato il modo per rafforzarsi». —



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