Gli “scherzi” del cervello: la donna che cambiò lingua e l’uomo senza memoria
Paolo Nichelli, già professore di Neurologia all’Unimore e direttore di Neuroscienze, ripercorre i progressi della scienza e racconta alcuni dei casi più strani affrontati in carriera
l’intervista
Michele Fuoco
«Ho attraversato il periodo glorioso dello sviluppo delle neuroscienze. Quando ho cominciato a lavorare come neurologo, interessandomi subito della relazione tra cervello e mente - spiega Paolo Nichelli, già professore di Neurologia all’Unimore e direttore del Dipartimento di Neuroscienze e di Neurologia all’ospedale di Baggiovara - gli unici strumenti erano l’esame obiettivo delle persone e due esami più accurati: la pneumoencefalografia con una puntura lombare, molto dolorosa, per infilare aria nel cervello, e l’arteriografia. Esami fatti in casi molto gravi, per intuire lesioni, eventuali tumori. Ripensando allo sviluppo scientifico in così breve tempo, alla mia vita professionale, ho cercato di fondere nel mio libro “Il cervello e la mente”, gli aspetti scientifici e le mie esperienze. Christof Koch ha detto che il XX secolo è stato il secolo della fisica e il XXI quello delle neuroscienze».
Più importante l’attività di medico o quella di docente?
«Tutte e due. C’è un vantaggio nel vivere i risultati della ricerca all’interno di un contesto clinico, dove nascono le domande a cui dare delle risposte. La buona scienza nasce dalle domande appropriate. Ora sulla base dello sviluppo delle sconoscenze del linguaggio, possiamo tornare nella sala operatoria con il neurochirurgo per guidare la sua mano, per aggredire le zone che devono essere asportate e risparmiare altre con funzioni diverse».
Quale il fatto più singolare che può raccontare?
«Ricordo una signora, accompagnata da suo marito che faceva il camionista. La signora, che chiamo Paola, a seguito di due ictus, si muoveva nell’ambiente cose se fosse cieca. Arrivò nel mio studio e stava per sedersi nel vuoto perché non vedeva la sedia. Eppure gli esami dell’oculista affermavano che la signora ci vedeva benissimo. In verità, aveva una distorsione della visione. Le mancava la percezione dello spazio e dei rapporti spaziali. Mi colpì suo marito che non sapeva come fare e portava sua moglie con sé durante i viaggi nel camion, dove dormiva. Mi lasciò sconvolto dal punto di vista umano. Solo più tardi, e a fatica, le fu riconosciuto di avere questo handicap».
Particolare anche, in America, la storia di Henry, investito nel parco da una bicicletta, che manifesterà diversi tipi di memoria.
«È un caso storico. In assoluto, un caso umano al di fuori della neurologia. Oggetto di studio e di pubblicazioni. Quando arrivò a Modena la ricercatrice Brenda Minler, ora centenaria, che studiò per prima questo caso, dimostrò gli aspetti di dissociazione che ci sono nella memoria e tra la memoria e l’intelligenza. Il signore, dopo l’intervento ebbe un miglioramento dell’intelligenza, ma la memoria era completamente a zero. Aveva un disturbo della memoria episodica, cioè dell’apprendimento di nuovi episodi, e disturbi della memoria retrograda. Mi è capitato di vedere pazienti come Henry: un giovane che il giorno del suo compleanno ebbe un virus e sviluppò un grandissimo disturbo di memoria: già sposato con figli, pensava di essere ancora all’Istituto Tecnico. Ma era anche incapace di registrare nuovi fatti».
Ci sono casi che possono sfuggire alla scienza, alle conoscenze della neurologia?
«Certamente. Ci sono tante cose che non capiamo. Negli ultimi tempi c’è stata una persona che, in seguito ad un ictus, ha cambiato il modo di parlare. E sembra straniera. E non si sa il perché. Cerchiamo di capire come il cervello elabori certe funzioni. Vediamo che molte zone partecipano al linguaggio, e quelle con altre funzioni entrano in diversi compiti. Uno degli aspetti più importanti, per il futuro, sarebbe quello di capire quali operazioni svolgono quelle aree».
Si può prevenire l’ictus?
«Con la prevenzione delle malattie vascolari: fumo, pressione, sovrappeso. E bisogna anche affrontare rapidamente il problema. Anche se succede un episodio transitorio».
In che modo questa pandemia può aver influito sul sistema nervoso?
«Occorre dire che il Covid 19 ha delle manifestazioni neurologiche, alcune, tra l’altro, non sempre evidenti, come la perdita di olfatto e gusto. La perdita è avvertita dal 10, 15 per cento dei malati di Covid. Ma il disturbo, in modo minore, esiste in un numero più ampio di pazienti. Significativo è l’interessamento vascolare che riguarda non solo il polmone, ma anche a livello cerebrale, con tendenza all’ipercoagulazione, tanto che per una delle terapie si usano anticoagulanti. Inoltre c’è la reazione psicologica per il confinamento a casa e per le mancate relazioni sociali». —
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