«Le atrocità in Emilia e il mito dell’insurrezione figli della strategia di Tito»
Fasanella spiega dove portano i nuovi documenti di intelligence sul “Triangolo della morte” «Da Belgrado l’Ozna yugoslava e i Soe inglesi alimentavano la tensione a sinistra del Pci»
l’intervista
carlo gregori
Fasanella, dal 1945 al 1947 in Emilia e in altre zone del Nord Italia avvengono atrocità e vendette di ogni sorta, sequestri di persona e azioni criminali ad opera di “partigiani”. Di tutti questi fatti si è scritto molto ma si conosce ancora molto poco a livello documentale. Il vostro libro riproduce quell’atmosfera di violenza e di regolamenti di conti tra frange di partigiani. Cosa emerge dai documenti d’intelligence desecretati che avete studiato?
«Non voglio parlare qui del libro di Pansa, ma sono fatti molto più complessi di quelli descritti finora. Vorrei focalizzarmi sulla strategia della tensione, le cause e alcuni suoi protagonisti costanti. Ci furono vendette, anche atroci, ci furono massacri e almeno 4mila morti e scomparsi. Una cifra precisa è impossibile darla. Il problema era grave: nel 1945 l’Italia, tutt’altro che pacificata, era sull’orlo di una guerra civile. Queste vendette furono il risultato di molti fattori e motivazioni».
In particolare a quali “menti” rimandano?
« Tra le novità del nostro libro, emerge il ruolo del servizi segreti nella Yugoslavia di Tito. Nomi e vicende documentati negli archivi che abbiamo consultato. Tito aveva mire territoriali in Italia e non solo a Trieste; puntava all’annessione di gran parte del Nord-Est e aveva progettato un’insurrezione nel Nord Italia. Una serie di formazioni rivoluzionarie di sinistra, ad esempio i cosiddetti “nuovi Gap” (segnalati in numerosi documenti di servizi italiani e Usa), vengono ricostituiti clandestinamente dopo il 25 aprile. Così anche altre organizzazioni armate di estrema sinistra come Bandiera Rossa, che era il centro dal quale si ramificavano altri gruppi fino alla galassia anarchica e ai trotzkisti ecc. Dietro questa rete c’era l’Ozna, il servizio segreto di Tito aveva il suo centro a Padova; il reclutatore era proprio il figlio di Tito. L’Ozna trovava manovalanza tra ex partigiani scontenti di Togliatti, quasi tutti di area secchiana, sia nel Pci che esterni. Reclutò anche molti repubblichini, gente che per paura di ritorsioni e per salvare la pelle era disposta anche a mettersi al servizio della Yugoslavia».
Repubblichini e fascisti infiltrati nelle file dell’estrema sinistra?
«Sì. Parliamo di centinaia di ex repubblichini che giravano con salvacondotti partigiani o comunisti. Infiltrandosi, si rifacevano una verginità: cancellavano il passato fascista e prendevano un patentino da resistenti. Poi c’erano anche la delinquenza comune e tante teste calde manovrate per creare terrore con uccisioni e sequestri. Gli ex repubblichini “neo-vergini” tappavano bocche e orecchie ammazzando fascisti e non-fascisti anticomunisti che conoscevano il loro passato. Sono tante le esecuzioni passate per vendette di partigiani. Due episodi celebri dei quali parliamo sono l’assalto al carcere di Ferrara e la strage di Schio. Episodi passati alla storia come barbarie partigiane che in realtà, in base ai documenti desecretati, contavano sì teste calde comuniste ma anche ex repubblichini che uccisero i loro vecchi camerati. Senza polemizzare, chi ha ricostruito queste vendette ha spesso usato il machete capendo ben poco dei protagonisti; oggi abbiamo documenti solidi dell’epoca».
A chi porta la regia di queste carneficine?
«In buona parte alla Yugoslavia. Oggi lo sappiamo senza dubbio. Ma la Yugoslavia poteva contare sull’appoggio francese che giocava a smembrare l’Italia e soprattutto sui servizi britannici. A Belgrado nella sede centrale dell’Ozna, nella stanza a fianco di quelle dei capi dei servizi che programmavano queste vendette e terrorismo in Emilia lavorava uno dei massimi funzionari del Soe (Special Operation Executive, un ramo esclusivo dell’intelligence inglese), James Klugman del Gruppo di Cambridge, ex ufficiale in missione a Bari. Grande amico di Tito, conosceva le mosse dell’Ozna. Questa era la regia. Anche gli inglesi volevano il caos in funzione del “bagno di sangue” alla greca. Era un gioco di sponda tra interessi opposti ma convergenti, per ragioni diverse, nel cercare una guerra civile in Italia».
Cosa ha interrotto la strategia delle vendette?
«Alla fine della guerra la strategia del terrore ha avuto tre fasi con gli stessi protagonisti: la manovalanza monarchico-fascista col sostegno di vecchi apparati dello stato italiano più l’insurrezionalismo a sinistra del Pci. Sul piano internazionale a tirare le fila erano inglesi, francesi e yugoslavi. Una parte dei servizi americani, l’Oss di Angleton, che aveva riferimenti con l’intelligence britannico: Angleton era stato addestrato dal Gruppo di Cambridge prima di venire in Italia nel 1944 e il suo riferimento era il capo, Kim Philby».
Le tre fasi?
«Impedire il referendum istituzionale e l’elezione dell’Assemblea Costituente, obiettivo caduto il 2 giugno 1946 con la vittoria della Repubblica. Il secondo progetto: lo smembramento territoriale dell’Italia a vantaggio di Francia, Austria, Gran Bretagna e Yugoslavia. Questa fase si concluse col Trattato di pace del 1947. Trattato umiliante per l’Italia che scontentò parte del Pci (contrariamente a quanto si credeva, a Stalin non interessava l’Italia, come emerge dai verbali di Yalta) ma che chiuse la questione dei confini. La terza fase è il “lago di sangue”».
Intende l’ipotesi di guerra civile come in Grecia?
«Sì. Nel 1944 con la “Svolta di Salerno” Togliatti sostenne i governi di unità nazionale. C’era chi cercava lo scontro diretto, come in Grecia, mettendo nel mirino lo stesso Togliatti. Lo ricostruiamo io e Cereghino da documenti inediti (anzi sconosciuti agli storici), come per gli attentati falliti contro Bonomi e Parri». —
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