“Le sue donne scompensate dall’improvvisa modernità”
Il ricordo di Lella Costa che sabato ai Giardini ducali di Modena ha proposto”La vedova Socrate” che Valeri le aveva affidato
Il ricordo
Lella Costa
Che cosa dire di Franca Valeri che non sia già stato detto per i suoi recenti 100 anni? Altri più e meglio di me, che non le sono parente né faccio parte della sua cerchia più intima, possono parlare di lei. Io ero – come dire – un’amica a distanza. Che vanta incontri e ricordi bellissimi, che mi hanno dato tanto. Ma non voglio arrogarmi un ruolo che non ho: insomma: io sono «solo» la seconda «Vedova Socrate».
Sono colpita, addolorata e dispiaciuta che ci abbia lasciati. Ma anche felice di aver preso parte, a Milano, lo scorso 31 luglio, alla «festa» per il suo compleanno, recitando il suo La vedova Socrate e presenziando alla consegna da parte del sindaco Sala del Sigillo della Città di Milano: un onore riservato a pochi (prima di lei l’ultimo è stato Obama).
Sono consapevole del privilegio che Franca Valeri stessa mi ha concesso. Lusingata e commossa dalla sua scelta. Era stata proprio lei infatti, circa un anno fa, ad affidarmi questo monologo. Le era molto caro, lo aveva interpretato per anni e le spiaceva non continuasse a vivere a teatro. Andai da lei a Roma per parlarne (ed è stata l’ultima volta che l’ho vista) e ancora me lo ribadì: era contenta di avere avuto questa idea e che avessi accettato.
Era sicura che ne sarebbe uscito un buon lavoro. Perché proprio io? Mi disse che non le era venuta in mente nessun’altra. Mi sembrò fin troppo, soprattutto pensando alle tante e bravissime attrici con cui ha lavorato. Forse ha sentito con me un’affinità, una sintonia particolare. O forse si è semplicemente fidata di me. Comunque a rassicurarmi in quel passaggio di testimone c’è stata la preziosa mediazione di Stefania Bonfadelli, che avrebbe firmato la regia e mi avrebbe seguita passo passo. L’intenzione era quella di vederci ancora. Ma coronavirus e lockdown ce l’hanno impedito.
Di Franca ricorderò sempre la capacità di dire cose a volte anche perfide, spesso profonde, in modo colto e contemporaneamente immediato, comprensibile a tutti. Penso che in questo senso, attraverso la sua cifra che era soprattutto la comicità, abbia fatto un grande lavoro di educazione al gusto e di crescita dell’intrattenimento nel nostro paese.
Era unica per come sapeva prendere in giro difetti e snobberie femminili (anche della sua stessa classe sociale), e ritrarre donne scompensate da una modernità improvvisa. Ricordo un suo sketch, protagonista una dama di San Vincenzo milanese che, dovendo andare a far visita a una «ragazza perduta», dice «Mi raccomando a questa domani portiamole un Thomas Mann: ma in tedesco perché tradotto ci perde». Anche a non sapere nulla di Thomas Mann, arriva la ferocia della satira e l’assurdo della situazione. Per me è illuminante: c’è tutto quello che vorresti saper mettere in una battuta.
Era la cifra della sua modernità. Non si occupava di attualità ma di contemporaneità. L’attualità è fatta di cronaca e di riferimenti al presente che non sopravvivono al passare del tempo. La sua satira invece riguardava l’universale, aveva un passo in più. Direi che era quasi metaforica. Lei ha coltro lo spirito dei tempi. Per questo il tempo le è scivolato addosso, a lei e alle cose che ha scritto, senza lasciare traccia di sé.
Testo raccolto da Adriana Marmiroli—
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