Gazzetta di Modena

il ricordo 

«Quando per i suoi calotipi oscurammo la Poletti»

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«La nostra città, negli ideologici anni Settanta era all’avanguardia in campo fotografico, grazie a personaggi come Oscar Goldoni, che si occupava della Galleria Civica e grazie a un grande fotografo come Luigi Ghirri, che collaboravano anche nella Galleria Fotografica di piazza Grande, la seconda nata in Italia dopo la Diaframma di Milano» spiega Ferri, ex allestitore della Galleria Civica che nel 1978 seguì da vicino l’allestimento della prima mostra dedicata a Talbot e alla nascite della fotografia. «Al Collegio San Carlo, alla fine di quel decennio, venne realizzato un convegno dal titolo “La fotografia come bene culturale” che diede il ‘la’ allo studio sistematico della fotografia. - ricord Ferri - Fox Talbot si inserisce in questo contesto visto che nel 1978 alla biblioteca Poletti di Palazzo dei Musei realizzammo, insieme al grande esperto Italo Zannier, una mostra con i contenuti che ritroveremo a settembre all’Estense. Goldoni aveva appena individuato, cercando altro, i diciannove calotipi conservati all’Estense». A dare un supporto, in occasione della mostra, anche Ernesto Milano che all’epoca dirigeva la Biblioteca Estense.

In quella vecchia rassegna, di cui la Biblioteca Estense conserva ancora un prezioso, esile, catalogo, erano esposti proprio i calotipi, i primissimi esperimenti fotografici del mondo che Talbot (1800-1877) spedì a Modena allo scienziato Giovanni Battisti Amici (1786-1863). Questi delicatissimi fogli trasparenti rappresentano le prime prove alla base della fotografia di cui proprio Talbot è il padre insieme al francese Louis-Jacques-Mandé Daguerre. «Talbot - continua Ferri - si rivolge ad Amici che, all’epoca, era un’eccellenza europea nel campo dell’ottica. E ciò ci deve inorgoglire come città. Se ci occupiamo delle nostre vicende e dei nostri personaggi culturali lungo i secoli, invece di inseguire inutili “mostrifici”, possiamo dare filo da torcere a chiunque». Ferri ricorda ancora dei particolari della mostra del 1978: «I diciannove calotipi modenesi sono delicatissimi. All’epoca li esposi, senza fissarli, in bacheche orizzontali sovrastate da una luce leggerissima, e coperti da un pesante panno di velluto per proteggerli. Oscurammo interamente il salone della Poletti. Il visitatore arrivava davanti alla vetrina, saliva su una pedana che azionava automaticamente la luce fioca di appena 40 lux, spostava il panno per ammirare l’opera. Poi la ricopriva, scendeva dalla pedana, e la luce si spegneva».

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