Se Ulisse è l’eterno uomo contemporaneo Tremila anni da “eroe” dell’Occidente
LA MOSTRA
Maurizio Assalto
Uno: Ulisse, come è stato chiamato nella tradizione latina. Nessuno: come si dichiarò al Ciclope, giocando sull’assonanza nella lingua greca tra il proprio nome Odysséus e la parola oûtis, variante di oudéis. Ma anche centomila: quanti sono, in iperbole, i mezzi di cui dispone l’uomo che fin dal secondo verso dell’Odissea è qualificato, appunto, come polýtropos; e quanti sono i volti cangianti, metamorfici, contraddittori, le varianti e le reincarnazioni con cui la sua figura si è incessantemente riproposta in quasi tremila anni di cultura occidentale. Dal poema di Omero all’Inferno dantesco, dal melvilliano capitano Achab di Moby Dick al Leopold Bloom dell’Ulisse di Joyce, all’Immortale di Borges, al comandante Bowman (e a tutta la simbologia) di 2001 - Odissea nello spazio di Kubrick.
A ciascuno (e a ogni epoca) il suo Ulisse, verrebbe da dire visitando la ricchissima mostra che gli dedicano i Musei San Domenico di Forlì, a cura di Gianfranco Brunelli, Francesco Leone, Fernando Mazzocca, Fabrizio Paolucci e Paola Refice: «Ulisse, l’arte e il mito», aperta fino al 31 ottobre. Il percorso si apre con la grande tela di Rubens in cui è inscenata l’Assemblea degli dèi olimpici (dove Atena perora il ritorno del suo protetto a Itaca) e si chiude con la celeberrima «testa di Sperlonga», copia romana del I secolo d.C. da un perduto bronzo ellenistico, che lo ritrae con il berretto conico dei marinai, il volto incorniciato dalle ciocche dei capelli e dalla barba incolta, fronte aggrottata e occhi infossati, con effetti chiaroscurali che ne enfatizzano la carica patetica-drammatica. Tra i due estremi, la mostra segue il filo cronologico.
Ulisse è un caso particolare tra gli eroi della guerra di Troia: Omero lo descrive come un uomo minuto, anche se largo di spalle, e però senza rivali «quando faceva uscire dal petto la voce profonda e le parole come fiocchi di neve d’inverno». Ma rappresentare in immagini le gesta di un maestro della parola non era facile: a questo si deve la straordinaria fortuna iconografica, nell’antichità, dei due episodi dell’Odissea più atti a essere tradotti in uno schema figurativo, ossia l’accecamento di Polifemo (in mostra una hydria etrusca a figure nere del VI secolo a.C.) e la fuga dal suo antro con i greci aggrappati sotto il vello degli arieti (kylix attica a figure rosse del 520 circa a.C.). In queste scene Ulisse è ancora una figura stilizzata. Bisognerà attendere qualche decennio, affinché nel V secolo cominci a definirsi quella che diventerà la sua canonica caratterizzazione: tunica corta, capigliatura mossa, in testa il pileo (così nei tre rilievi delle urne etrusche del II secolo a.C., dove è rappresentato nell’episodio delle sirene).
Già in età antica, tuttavia, si delinea il contrappasso. In una oinochoe apula del IV secolo a.C. il riconoscimento tra Ulisse e Penelope è volto in chiave parodistica, con i due protagonisti deformati dalla caricatura. La rivisitazione dei miti in chiave farsesca era tipica dei fliaci magnogreci, ed è appunto nel teatro, fin dalla Atene del tardo V secolo, che la figura dell’eroe scaltro e ingegnoso tramandato dall’epica si ribalta: nel Filottete di Sofocle diventa uno spietato manipolatore, bugiardo, egoista e per di più codardo; mentre Euripide, nelle Troiane, ne fa il compendio di tutti i vizi esibiti dai demagoghi visti all’opera dopo Pericle. A Roma, Ulisse è trattato da Virgilio nell’Eneide come il più spregevole e pericoloso degli Achei, e Orazio nelle Satire lo degrada a piccolo trafficante senza scrupoli e ingenuo credulone manovrato da Tiresia. Ma nel continuo oscillare tra polo negativo e polo positivo non mancherà, qualche secolo dopo, l’interpretazione cristiana di sant’Ambrogio, che vede nell’episodio delle sirene una metafora della virtù capace di resistere alle tentazioni e nella nave al cui albero Ulisse si fa legare un simbolo della Chiesa salvatrice; e, nel XII secolo, quella di Onorio di Autun che ravvisa nel nostro eroe nientemeno che una imago Christi.
Le sirene ritornano, trasfigurate, nel Medioevo: non più donne-uccello, quali le avevano immaginate gli antichi, ma donne-pesce, come le descrive intorno al VII-VIII secolo il Liber monstrorum de diversis generibus composto forse da Adelmo di Malmesbury, e quali ancora oggi popolano il nostro immaginario. Sono la lussuria personificata. Un’associazione di idee che attraversa i secoli e alle soglie del ’900, in piena temperie simbolista, condenserà tutta la complessità della natura femminina, arricchendosi di sottigliezza seduttiva e di pericolose vibrazioni in bilico tra eros e thanatos: come nella sensuale Sirena dipinta da Waterhouse sullo sfondo dei faraglioni di Capri, o in quella di Sartorio che attrae a sé un giovane ignudo, ignaro del destino di morte.
Sfuggito invece alla tentazione, Ulisse prosegue il suo viaggio nel tempo, in una caleidoscopica varietà di declinazioni. Dante, che lo incontra nel XXVI canto dell’Inferno, sulla scorta di Cicerone ne fa l’inesausto cercatore («fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza») pronto a oltrepassare i limiti per soddisfare la sete di sapere che lo perderà (in mostra preziosi codici miniati della Commedia). Nei secoli successivi i poemi omerici e il loro eroe diventeranno un deposito a cui attingere modelli di virtù coniugale (i cassoni nuziali illustrati nel ’400 dallo Scheggia e artisti coevi), exempla morali per l’edificazione del principe (i cicli pittorici per la corte di Francia, per i Medici, gli Este, i Farnese, in cui si esercitano nel ’500 artisti come il Parmigianino, il Beccafumi, il Bertoja), spunto per complesse allegorie barocche con la maga Circe e Calipso a svettare (Guercino, Grechetto, Luca Giordano), per l’esaltazione neoclassica dei sentimenti (Batoni, Bottani, Angelica Kauffmann, Wright of Derby, Hayez).
Con Füssli (di cui si può ammirare l’impressionante Tiresia) e gli altri interpreti del sublime si entra nei territori dell’irrazionale, in una marcia di avvicinamento ai tormenti dell’uomo contemporaneo che si interroga sul proprio destino. Una riflessione che all’inizio del ’900 culminerà nell’Ulisse dopo il naufragio di Jean-Charles Cazin, rappresentato di profilo su una spiaggia desolata, solitario e pensoso, fotografia dell’individuo che dopo millenni di storia è di nuovo (ancora?) alle ricerca di una identità. Né la ritrova nel Secolo breve, attraversato dall’inquietudine e dalle domande senza risposta di De Chirico e Savinio, di Carrà, Sironi, Arturo Martini.
In una delle sue opere più tarde, Il ritorno di Ulisse, De Chirico rappresenta l’eroe intento a remare in una barchetta che galleggia su un tappeto all’interno di una modesta stanza. Scacco matto, fine della storia? No, perché l’ultima immagine della mostra è la testa di Sperlonga, il volto antico di Ulisse dalle mille risorse, costretto a destreggiarsi nelle insidie di un mondo mutevole, senza punti di riferimento, riaggiustando di continuo la rotta. Come accade a noi, smarriti navigatori di un secolo ancora indecifrabile. E il viaggio può continuare. —
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