Guerzoni, un esploratore sulle tracce dei frammenti plasmati dal tempo
Mostra dell’artista modenese nel prestigioso Museo del Novecento in piazza Duomo a Milano «Amo l’archeologia senza restauro: dobbiamo accettare la caducità del passato»
intervista
Michele Fuoco
Entra nel Museo del Novecento a Milano, in piazza Duomo, l’opera (grandi pitture a parete, piccoli oggetti, libri ricercati e preziosi…) di Franco Guerzoni. Vi resterà da mercoledì al 14 febbraio per la mostra “L’immagine sottratta”, a cura di Martina Corgnati e promossa dal Comune.
Quali idee accompagnano e sostengono il Suo lavoro?
«È l’idea del tempo, inteso come grande scultore. Guardo alle patine degli oggetti antichi ma anche di ieri, al tempo che modella noi e gli oggetti, gli edifici che abbiamo attorno».
Come si afferma il concetto di archeologia e quello di restauro, a lei tanto cari?
«L’archeologia non è solo del passato ma anche di ieri. Può essere motivo ispiratore una grande tomba egizia, come una parete abbandonata del ‘900. L’ultimo dipinto che presento al Museo milanese ha per titolo “Non è Pompei!”. È una grande superficie con interventi cromatici, cancellature, un bianco che riprende una parete del muro. L’immagine potrebbe giungere da un passato remoto. Ma lo sguardo non va verso Pompei, ma verso il tuo quotidiano, una casa che ha subito una trasformazione nelle muffe, nei colori. L’archeologia di cui parlo è molto più vicina a noi. L’archeologia mi ha sempre stimolato l’idea che noi comminiamo sul nostro passato: possiamo inciampare su una pietra romana, ma anche quelle recenti di Modena. Mi piace molto il passato che riemerge da sotto la terra, perché diventa testimoniale del lungo cammino dell’uomo. E non mi hanno mai interessato i grandi restauri. Se si pensa che fino all’800 i dipinti sono stati ridipinti, restaurati, subendo una nuova scrittura. E quando titolo la mia opera “Archeologia senza restauro”, c’è la volontà di dire che accetto dal passato la sua caducità, non m’interessa riportare l’oggetto al nuovo».
Sostiene che “Il mio lavoro preferito è il labirinto offerto da miei mille frammenti”. In che senso?
«Del passato ho sempre accettato il frammento per il suo contenuto espressivo, non tanto per il mondo a cui apparteneva. M’interessa molto l’immaginazione che il frammento mette in moto. E credo più ai frammenti del mio lavoro. In mostra ho privilegiato l’origine del lavoro, piccole immagini portatrici più di tenerezza che di bellezza, perché restituiscono il mondo da cui sono partito: le prime sculture luminose su cui ha fatto reportage Franco Vaccari, e altre fotografate da Luigi Ghirri. Non le vedo come grandi invenzioni, opere, ma come il lavoro da ragazzo, quando leggevo di tutto. Le foto restituiscono anche la debolezza di quel tempo, quando tutti erano influenzati da tutto e certi artisti portavano un messaggio che faceva crescere ma era anche imitativo. Non ho nessun cosa da nascondere. Questo periodo anni 70 si unisce all’ultimo».
Una sezione è dedicata a “Intravedere”. Che cosa?
«Sono i miei lavori di formato molto piccolo. “Stanze in miniatura” esposte in vetrina, come piccole scatole di gesso, colorate che stimolano lo spettatore a guardare ai lati, dentro. È un’immagine che ne occulta un’altra che ti costringe a cercarla».
E “I paesaggi in polvere”?
«”Paesaggi in polvere” è un titolo dato ad una piccola pubblicazione che raccoglieva i lavori degli anni ’70 con introduzione di Marc Augé. Un libro che ha stimolato recentissimi grandi dipinti in cui avverti che la prima immagine è informale e, avvinandoti, scopri paesaggi che contengono un frammento. Paesaggi letti nel loro degrado, in abbandono. Da qui “L’immagine sottratta”, titolo della mostra. Avevamo pensato anche ad un altro titolo della mostra: “Accudire il frammento”, nel senso di custodirlo, accettarlo».
Cosa sono i “Libri-opera”?
«È la parte più ideologica del mio lavoro. In passato non mi piacevano i cataloghi e facevo, per le mostre, libri in poche copie. Sono scatole che apri con testi di amici scrittori: Sebastiano Vassali, Paolo Fossati, Adriano Spatola, Emilio Mattioli. Ma ho continuato a farli. Uno degli ultimi è “Il Museo ideale”, una scatola che si apre in tre parti e contiene oggetti di pensiero. Fragili».
Le prime sperimentazioni ?
«Risalgono alla fine degli anni 60 e sono fortemente influenzate dagli amici di allora, Franco Vaccari, Claudio Parmiggiani, Carlo Cremaschi, Giuliano Della Casa, Luigi Ghirri, ma pure da Lucio Fontana, Piero Manzoni. Risentivo di un’esigenza minimalista proveniente dall’America. A Modena c’erano non solo gli artisti ma figure come Albano Biondi, Emilio Mattioli. Venivano Agnetti, Patroni Griffi, Spatola, Costa... Era un territorio ricco di influenze e amicizie, con vocazione alla sperimentazione».
Cosa manca ora ai giovani?
«Non conosco molto il mondo giovanile degli artisti modenesi. Ma credo che il talento vada nutrito di occasioni, di incontri. Modena ha avuto gallerie importantissime in certi anni. C’è ancora quella d Emilio Mazzoli. Ora vedo dei tentativi. Auguro a giovani di stare insieme con amicizia e di guardare gli altri, di non aver paura degli incontri. Sono le vicinanze che producono le scintille. Allora la Civica aveva vicinanze con artisti modenesi».
Si è un po’ allontanato dalla città?
«Non allontanato, ritirato un po’: stanchezza degli anni, ci sono più individualità che gruppi di persone con la voglia di incontrarsi oggi. E ciò non è favorevole per la crescita. Anche in tempo così tremendo m’interessa che la mostra parta, perché mi dà un certo coraggio».
Come considera la cultura a Modena, specie nelle arti visive?
«Non seguo moltissimo. Mi sembra ci sia movimento e che le intenzioni siano buone. Non so se ci sarà rinnovamento: la vicenda dell’ex ospedale S. Agostino è spinosa. Ma sono convinto che questa città, piccola con tante ricchezze in vari campi, avrebbe bisogno di coraggio, di offrire programmi che cerchino lo sguardo degli altri. Facciano diventare la visita di una mostra piacevole come quella di un museo, di una chiesa, di un concerto». —
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