Gazzetta di Modena

Gli inediti di Gianni D’Elia illuminano Poesia Festival con i versi di «Il suon di lei»

Michele Fuoco
Gli inediti di Gianni D’Elia illuminano Poesia Festival con i versi di «Il suon di lei»

Anteprima della manifestazione con il poeta che manca dalla scena artistica dal 2015 Domani incontro al parco della Rocca per leggere componimenti in dialogo con Galaverni 

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l’evento

Michele Fuoco

Gianni D’Elia manca dalla scena poetica dal 2015, dopo il libro “Fiori del mare”, e molto atteso è il suo ritorno a Poesia Festival. Domani, alle 11.15, sarà al Parco della Rocca di Spilamberto per leggere le sue poesie e dialogare con Roberto Galaverni. Prima, alle 10.30, incontro con Paolo Ruffilli che farà conoscere il suo lavoro di poeta, dialogando con Guido Monti. Nel pomeriggio, alle 17.30, a Guiglia nel cortile del Castello, il critico Galaverni narrerà vita, morte e poesia di Cesare Pavese. Letture di Andrea Ferrari. Si assisterà anche a “Jazz & American Songs”, la musica che Pavese amava molto.

Sono inedite le poesie che D’Elia leggerà. Fanno parte del libro “Il suon di lei” (il sintagma è nell’Infinito di Leopardi) che in ottobre sarà pubblicato da Luca Sossella Editore. Così il poeta pesarese cambia editore, dopo otto libri con Einaudi: «Ho avuto molte censure di contenuto negli ultimi cinque anni. Non piaceva la mia idea di poesia sentimentale che ha dentro sia l’intimo che il civile, perché Einaudi ha scelto la linea del sublime», spiega. Il libro si presenta come un libretto d’opera, con varie sezioni, ed è un omaggio a Rossini e Leopardi, perché fondato sul canto, la rima, la quartina. Alcune liriche sono state scritte durante la pandemia.

La poesia ci può aiutare in questo momento di ansia e angoscia?

«La poesia ci può aiutare come autocoscienza integrale dell’umanità, se riesce a tenere insieme la critica e l’empatia. La critica significa un giudizio di distacco, l’empatia è una preghiera. Attraverso il rapporto tra il sentire e il pensare si può ricostruire la trama vera da cui nascono le idee che non sono più astratte. C’è il sentire che le nutre. L’unione tra il sentire e il pensare è il di più che la poesia ha rispetto alla cultura della prosa in cui siamo immersi. La prosa è tutta sul pensare. Il sentire è il credo in più che dà la poesia».

Come si colloca un poeta nella nostra società?

“Ai margini, perché vi è tenuto. In televisione e sui giornali i poeti si sentono molto poco. Chiedono tutto a psicanalisti, giornalisti, politici, economisti, scrittori. E ai poeti no. L’emarginazione della poesia credo sia dovuta anche all’idea che i poeti hanno di se stessi. Essendo tutti sul privato, sull’intimo, sembra che non abbiamo niente da dire sullo storico, civile, sociale. E’ una sconfitta. Ho riflettuto nel 1977 sulla “mancanza” della poesia. Anche oggi è poco presenzialista. Si sottrae. E non è una bella cosa, perché il poeta ha le antenne epocali e talvolta fa più del narratore, del romanziere e del saggista. In “Lezione all’aperto” del mio prossimo libro, dico alla nuova gioventù di ritrovare la natura, di non stare attaccati alle immagini ma di imparare a produrle. E’ l’immaginazione che conta, non l’imitazione”.

Crede alla poesia come tradizione del nuovo?

«Sono un po’ critico, perché seguo la linea di “Officina” di Pasolini, Fortini, Roversi. Ho scritto anche “L’eresia di Pasolini” il cui sottotitolo è “L’avanguardia della tradizione dopo Leopardi”, non la tradizione dell’avanguardia. Dobbiamo tornare a Dante. La linea Dante, Leopardi, Pasolini, Roversi è quella dell’avanguardia della tradizione, cioè dell’empatia attraverso il canto, la comunicazione andando verso la sostanza del linguaggio, di capire e far capire. Nel mio libro c’è memoria dell’antico. E’ fondato sul culto del ritmo e della rima, simmetria e sorpresa che sono bisogni dell’uomo. “Il suon di lei” vuol dire il suon della poesia, dell’epoca (quello dell’Apocalisse, della pandemia, della natura e storia che minaccia), il suono della città che fa partire molte delle mie poesie: suono ostile, orribile dello scarico delle bottiglie, e il suono gentile degli alberi, del mare, degli uccelli... L’origine della poesia è di aver messo insieme i fonemi, suoni che evocano l’immagine. Nella poesia “lezione all’aperto” tiro fuori una cosa mai detta prima, che la lirica è protocinema dell’umanità. E’ quella che ha fatto cinema attraverso i fonemi, il ritmo, le lettere, i suoni. Baudelaire nel 1855, prima che sia stato inventato il cinema, dice che la poesia è il luogo dove il suono si mescola alla luce. Il mio libro ha tanta cultura poetica di decenni».

Si può parlare di impegno sociale del poeta?

“L’impegno c’è. In questi mesi di chiusura ci hanno costretti a pensare e sentire cose nuove, a vivere in una apocalisse rispondendo di rigenerarci con la rinascita, con la memoria: la strage di Bologna, Dalla Chiesa, Moro, Mattei, Pasolini. Abbiamo santi nuovi accanto a quelli canonici del calendario. L’impegno è quello di volere giustizia”.

Il poeta avverte negli anni una minore o maggiore tensione creativa?

“Maggiore, se per tensione intendiamo tendere all’essenza, al vero che ha dietro la radice del canto, liberare la poesia dagli orpelli inutili. E’ proprio il suono del senso che cerco. Secondo Lucrezio la poesia deriva dal suono dalle cose».

Un poeta che ama?

«Pasolini, Roversi e Caproni. Tempo fa ho scritto sulla rivista “Poesia” un articolo sulla “coralità del 900” che ha avuto tanti grandi poeti. Come si fa a meno di Ungaretti, ma amo molto anche Sandro Penna che è di una chiarezza francescana. Non a caso era perugino. Formidabile quella sintesi della poesia umbra, arcaica. Bisogna riflettere molto sulla lingua pulita, limpida, breve di Penna».

La poesia a chi parla in particolare?

“A chi la interroga, l’ascolta. E vorrebbe parlare soprattutto ai ragazzi. Perché la poesia rimane sempre giovane. Le ultime poesie che leggerò, una è dedicata a Roversi a otto anni dalla scomparsa, l’altra “Al suon di lei” la dedico ai ragazzi per la difesa della natura». —



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