«La tecnica può essere sia un dono che un inganno Ci serve un nuovo Kant»
Umberto Curi, il filosofo che sa far dialogare i classici con i contemporanei, porterà a Modena gli interrogativi (irrisolti) di un futuro in cui le macchine dovessero dettare legge sull’uomo
L’INTERVISTA
MARCO PACINI
Interfacce neurali impiantabili nel nostro cervello, processori che impiegano 200 secondi per eseguire operazioni che richiederebbero 10 mila anni a un supercomputer “tradizionale”...
Mentre “Neuralink” di Elon Musk annuncia che la collaborazione tra computer e neuroni con l’impianto di chip nel cervello (dei maiali, per ora) muove i primi significativi passi; e mentre “Google Ai quantum” certifica la propria supremazia quantistica facendo intravedere scenari fino a oggi inimmaginabili, c'è chi pensa che ci vorrebbe un nuovo Kant. Che avremmo bisogno di una “Critica della ragion tecnica”, per guardare al futuro hi-tech all’interno di un orizzonte di senso per l’uomo. Per coglierne i doni evitando gli inganni.
Umberto Curi, filosofo che come pochi altri ha saputo far “atterrare” la disciplina nelle concrete esistenze, facendo dialogare i classici greci con i contemporanei, porterà questi interrogativi, questa ambivalenza, al Festival della filosofia, come spiega il titolo della sua lectio: “Tecnica: tra dono e inganno”.
Professore, non crede che nel senso comune il catalogo dei doni sia molto più ricco di quello degli inganni? Che godiamo dei primi senza una consapevolezza dei secondi?
«Uno degli obiettivi del mio intervento sarà proprio questo: la critica dell’apologetica della tecnica diffusa e indotta dagli straordinari avanzamenti che soprattutto le tecnologie “fredde” stanno assicurando. Naturalmente sono lontanissimo dall’idea di proporre un anacronistico ritorno al passato di impostazione antitecnologica. Ma credo che vi sia oggi bisogno di quella che si potrebbe chiamare “critica della ragion tecnica”, che accompagni gli sviluppi delle tecnica stessa».
Il rischio di passare per tecnofobi o luddisti è sempre dietro l’angolo in un mondo “siliconizzato”, per usare un’espressione di Eric Sadin...
«Riconosco e non demonizzo i risultati spesso sbalorditivi dello sviluppo tecnico-scientifico, tuttavia quello che a me pare oggi necessario è riscoprire la fondamentale ambivalenza di tutto ciò che riguarda questo progresso; con ciò recuperando la tradizione greco-latina e il modo in cui all’interno di questa tradizione compare il riferimento alla tecnica».
E che cosa possiamo ricavarne?
«In modo particolare credo che si tratti di valorizzare l’attualità di un mito antico che contiene ancora oggi un grande valore e un grande rigore: il mito di Prometeo, che ci parla della duplicità del dono della tecnica, simbolo di potenzialità e al tempo stesso marchio sacrilego».
E con un esito del progresso che sta segnando il passaggio dalla tecnica come ausilio per l’uomo alla tecnica come sostituzione dell’uomo, non crede? Non c’è una frattura, una discontinuità nella grande accelerazione tecnologica degli ultimi decenni?
«Potrebbe anche non essere una frattura, ma il risultato maturo di un processo di graduale crescita cumulativa. Si deve tuttavia riconoscere che viviamo in un’epoca di pieno e compiuto sviluppo della tecnica e della sua diffusione a livello planetario come fenomeno assolutamente inedito. L’Ottocento e soprattutto il Novecento segnano in particolare il dominio incontrastato della tecnica, della quale sempre meno si colgono gli aspetti ambivalenti e sempre di più si punta a garantire un progresso illimitato, immune da effetti collaterali, che invece a esame più accurato risultano evidenti».
L’effetto più importante della nostra immersione in un habitat pervaso dalle tecnologie digitali potrebbe essere cognitivo: c’è chi ha parlato di una nuova forma di pensiero “tecnoindotto”.
«Questa è una questione molto interessante. E fa parte dei molti interrogativi che accompagnano il dominio della ragione tecnica. Di qui la necessità di tenere presente una “critica della ragion tecnica” con una funzione del tutto analoga alla “critica della ragion pura”, che analizza le condizioni di possibilità della conoscenza. Un Kant contemporaneo dovrebbe sottolineare i nuovi orizzonti dischiusi dal compimento tecnico-scientifico ma anche i limiti, non separare le potenzialità dai limiti. Per tornare al mito, quello di Prometeo è una sintesi perfetta: oltre alla figura di Prometeo, che ha donato la tecnica agli uomini, non si deve dimenticare l’importanza di Epimeteo. Se Prometeo è “il previdente”, quello che vede prima, Epimeteo è quello che vede dopo. E non a caso sono figure di gemelli, inseparabili. Abbiamo bisogno di entrambi».
La parola “digitale” è sinonimo di progresso, innovazione. Fino ad assumere talvolta sfumature escatologiche: la promessa di un nuovo Regno per l’uomo...
«Credo siano significative le acquisizioni recenti promosse dalle scuole di medicina: l’indicazione, come obiettivo da raggiungere, di un esercizio dell’arte medica che prescinda totalmente dal medico in carne e ossa. Sostituito da un computer nel quale si immettono una quantità di dati per le indicazioni terapeutiche. La cancellazione della figura del medico è considerata la via attraverso la quale cancellare incertezze e approssimazioni facendo dell’arte medica una tecnologia spersonalizzata. Così non avremo margine di errore... E scomparirà l’individuo nella sua particolarità irripetibile, compiendo il processo che porta dall’uomo in carne e ossa al paziente disincarnato e anonimo, privo di identità. Questo processo di disumanizzazione presenterà aspetti di avanzamento diagnostico-terapeutico pagando il prezzo della cancellazione di identità irripetibili e inconfondibili, che verranno annullate». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
