«Dall’omicidio di Daphne al carabiniere stupratore le nostre inchieste in team»
Anesi, sabato a Modena, è cofondatrice del centro di giornalismo investigativo Irpi «Le segnalazioni possono arrivarci via web dai cittadini. O da colleghi stranieri»
Alice Benatti
Esistono centri di giornalismo d’inchiesta in Italia? La risposta è “sì”, uno c’è, e si chiama Irpi. Nasce nel 2012 quando un collettivo di giornalisti, ispirandosi ai migliori centri di giornalismo d’inchiesta stranieri, decide di costituirsi come associazione di promozione sociale. «La nostra particolarità è quella di avere un approccio glocal. Collaboriamo con giornalisti di tutto il mondo facendo uscire le nostre storie dai confini nazionali e, allo stesso tempo, con testate locali per tenere un occhio su questioni più piccole che però toccano la vita dei cittadini da vicino» spiega Cecilia Anesi, co-fondatrice di Irpi, che sabato alle 15 sarà ospite del Dig Festival 2020, il festival del giornalismo investigativo che approda a Modena, per la prima volta, dall’8 all’11 ottobre.
Come nasce oggi una vostra inchiesta giornalistica?
«Cominciano da dove partiamo per trovare le storie su cui poi costruiamo le nostre inchieste. Può trattarsi di segnalazioni che arrivano dai cittadini, infatti abbiamo una piattaforma, IrpiDix, attraverso la quale chiunque in forma anonima può segnalare illeciti. Il podcast Verified, finalista nella categoria “Audio” ai Dig Awards 2020, è la storia di 14 ragazze drogate e abusate da un carabiniere che ci è arrivata proprio perché loro hanno deciso di parlarne con noi giornalisti. È l’esempio perfetto perché questa segnalazione è stata solo il punto di partenza di quello che poi è stato un lavoro di ricerca di più di una prova – almeno tre, di solito – capaci di confermare i vari elementi che poi hanno composto l’inchiesta. Se invece l’inchiesta parte da colleghi stranieri che nel loro Paese hanno trovato illeciti o irregolarità – nell’ambito di mafie internazionali o di truffe finanziarie o di traffico di rifiuti - a quel punto si condividono i nomi e l’ipotesi investigativa e si inizia a lavorare insieme».
Ci faccia un esempio.
«All’inizio del lockdown abbiamo iniziato un lavoro sui test sierologici rapidi pungidito. Abbiamo cominciato a confrontare i modelli di questi test che venivano venduti in Italia, come in Olanda, Macedonia, Serbia e Cina, rendendoci conto che ne c’era uno specifico che veniva venduto in più Paesi e aveva criticità comuni. A quel punto ciascuno ha cominciato a lavorare nel proprio Paese per poi fare un’unica inchiesta transnazionale, che alla fine ciascuno pubblica in “casa” sua».
Oltre alle fonti testimoniali di quali prove vi servite?
«Possono essere documentali, come documenti di indagine giudiziaria, misure camerali o misure catastali, o fonti aperte su internet, controllando naturalmente che siano attendibili. Spesso mettiamo insieme fonti di prova diverse e poi procediamo con il fact-checking (verifica dei fatti). Nessuna delle nostre inchieste viene pubblicata senza che ci sia un controllo interno e, in quelle più a rischio, un controllo legale. Devono essere solide anche per reggere in un eventuale processo».
A marzo di quest’anno Irpi ha lanciato la propria testata giornalistica: IrpiMedia. Come procede il progetto?
«Su IrpiMedia abbiamo creato degli argomenti da seguire, un po’ come su Netflix, con degli hashtag che li rappresentano. All’interno di questi filoni ci sono vari formati di storia: l’inchiesta, l’approfondimento, la news, i video, i podcast. Il filone “Pirati del Mediterraneo", ad esempio, rappresenta tutte quelle storie di traffici illeciti, dal gasolio all’hashish agli esseri umani, che si svolgono nel mar Mediterraneo. Qui si inserisce anche il Daphne Project, un consorzio, di cui facciamo parte, che da tre anni cerca di continuare il lavoro di Daphne Caruana Galizia e di indagare sul suo omicidio, ad oggi irrisolto».
Come avete raccolto il testimone di quella giornalista che, con le sue inchieste sulla corruzione a Malta, aveva scosso gli alti vertici della politica?
«C’è un’organizzazione francese, Forbidden Stories, che nasce proprio per continuare le inchieste dei giornalisti minacciati o uccisi. Il primo grande progetto che ha coordinato è stato proprio questo lanciato subito dopo l’omicidio dell’ottobre 2017. Noi abbiamo fatto ricerche a distanza ma soprattutto tanto lavoro sul campo, occupandoci nello specifico del traffico di gasolio e di quello che era il mondo “di sotto” della criminalità maltese a cui è collegata anche la criminalità libica, quella italiana, e così via».
Vi sentite in pericolo a portare avanti questo lavoro?
«No, mai, principalmente perché siamo sempre stati una squadra. Nello specifico, in Irpi da dieci anni noi portiamo avanti il concetto del lavoro di squadra non solo perché pensiamo sia più stimolante, ma anche perché è una protezione. Il grande dramma di Daphne, ad esempio, è che era da sola». —
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