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«In incognito tra Messico e Cina per scovare i crimini ambientali»

ALICE BENATTI
«In incognito tra Messico e Cina per scovare i crimini ambientali»

Andrea Crosta racconta il complesso lavoro d’inchiesta sulla “cocaina del mare” riassunto nel docu-thriller “Sea of shadows” presentato in anteprima al Dig

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ALICE BENATTI

C’è un italiano tra i protagonisti del docu-thriller prodotto dal premio Oscar Leonardo DiCaprio “Sea of shadows: trafficanti di mare” che sarà presentato fuori concorso al DIG Festival 2020. Si chiama Andrea Crosta ed è il cofondatore della Earth League International, una ONG impegnata in 3 continenti a combattere i crimini contro l’ambiente attraverso attività di intelligence e investigazione. Il film diretto da Richard Ladkani, che sarà proiettato domani sera alle 22.15 al cinema Astra, ci porta nel Mar di Cortez (Messico) dove Crosta è alla guida un team di agenti impegnato a difendere la vita marina (soprattutto quella della vaquita, la balena più piccola al mondo) minacciata dalla pesca illegale dei preziosi esemplari di totoaba.

Sabato sarà collegato con Modena, quale messaggio porta al pubblico del DIG Festival?

«Alcuni problemi che noi chiamiamo ‘ambientali’ come l’estinzione di specie animali, pesca illegale o deforestazione, sono ormai in realtà diventati un problema di crimine, ed è quindi fondamentale utilizzare gli strumenti e le persone idonee, altrimenti si finisce sempre con il contrastare questi crimini ambientali con biologi e attivisti, che fanno un lavoro importante ma che non possono attaccare il problema come specialisti del crimine e traffico internazionale.

Nel film si parla di un lavoro di squadra. Quali professionalità avete utilizzato?

«Nell’operazione Fake Gold avevamo tre squadre, una composta da me, Mark Davis (ex FBI) e Oona Layolle (esperta della zona e di questo problema), una composta da persone locali per raccogliere un certo tipo di informazioni e una di investigatori asiatici con il compito di approcciare direttamente i trafficanti cinesi e raccogliere il maggior numero di informazioni possibili sulla parte più importante della filiera illegale: quella dal Messico alla Cina. Infine abbiamo una squadra molto importante di analisti criminali, guidata da un’ italiana, con il compito di raccogliere e analizzare tutta l’intelligence raccolta dalle varie fonti e dalle varie squadre, e produrre i reports per le forze governative».

Quali sono i principali ostacoli che incontrate nel vostro lavoro?

«Le nostre operazioni sono quasi sempre sotto copertura, questo significa che i nostri team si fingono altre persone e si spacciano per compratori o trafficanti loro stessi. Utilizzano sempre telecamere e microfoni nascosti perchè occorre molta cautela e pianificazione. Nessuno sa dove siamo e cosa facciamo. In loco non collaboriamo con nessuno durante le operazioni per non pregiudicarle. Una volta terminato o quando pensiamo di avere informazioni importanti, allora ci mettiamo in contatto con le forze di polizia locali o internazionali con cui condividiamo reports confidenziali che prepariamo apposta per loro».

Perché il totoaba si è guadagnato il nome di “cocaina del mare"?

«Perché proviene dalla stessa area dove operano i cartelli della droga messicani, e vale più della cocaina. Noi in realtà gli abbiamo dato il nome Fake Gold (Oro Falso) perché ci sembra più appropriato, vale più dell’oro al grammo e una volta seccata, la vescica natatoria del totoaba si conserva anche per decenni e acquista valore con il tempo. Viene tenuta come investimento o utilizzata per corruzione».

Qualche tempo fa parlando del documentario che l’ha vista protagonista - “The ivory game” – ha dichiarato che i veri responsabili del pericolo di estinzione degli elefanti non sono i bracconieri,ma chi li sfrutta. Nel caso della vaquita, presumendo di non dover "puntare il dito" contro i pescatori, chi sono i colpevoli?

« Esatto, e anche in questo caso i veri responsabili non sono i pescatori ma i trafficanti asiatici in partnership con la criminalità organizzata messicana. Sono loro che investono i soldi in questo business illegale, sono loro che fanno il 90% del profitto, e sono loro che sanno come contrabbandare la vescica natatoria della totoaba in Cina. Inoltre questi trafficanti sono anche coinvolti in altri crimini come riciclaggio di denaro e traffico di persone. Ai pescatori i trafficanti offrono di guadagnare migliaia di dollari al mese quando invece dalla pesca tradizionale guadagnano circa 600 dollari al mese. Ma i trafficanti guadagnano milioni di dollari da questo traffico. Distruggere la domanda di totoaba in Cina è molto difficile in quanto il consumo di vesciche natatorie di vari pesci è una tradizione secolare con radici che affondano nella medicina tradizionale cinese. Ci vorranno generazioni per cambiare qualcosa. Ma il consumo di totoaba in Cina è vietato e punito severamente, quindi è necessario fare più lavoro investigativo, di polizia, e scoraggiare i trafficanti a rischiare. Ora questi trafficanti sono molto rilassati: l’attenzione è solo sui pescatori». —

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