Gazzetta di Modena

IL LIBRO 

Romano: «E se fosse Enrico Berlinguer l’inconsapevole papà dell’antipolitica?»

LUIGI VICINANZA
Romano: «E se fosse Enrico Berlinguer l’inconsapevole papà dell’antipolitica?»

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LUIGI VICINANZA

E se fosse Enrico Berlinguer il padre inconsapevole dell’antipolitica? Sì, proprio il rigoroso e schivo segretario del Pci, l’amata icona del comunismo italiano. Ma come si può immaginare il politico della “questione morale” nelle vesti dell’antesignano, suo malgrado, di una stagione parolaia, confusa, anti-istituzionale come quella che abbiamo e stiamo tuttora vivendo? Può sembrare una provocazione. O una corruzione della memoria politica. Eppure è proprio questa la tesi sostenuta con sottili argomentazioni da Andrea Romano, livornese, storico del Novecento e deputato del Pd, eletto nel collegio uninominale della sua città. “Il partito della nazione. Cosa ci manca e cosa no del comunismo italiano” è un saggio denso, pieno di spunti di riflessione sulla storia del PCI, iniziata proprio con la scissione di Livorno cento anni fa. Il libro (Paesi Edizioni, 126 pagine, 18 euro) parte proprio da quel 21 gennaio 1921 quando la frazione comunista capeggiata da Bordiga e Gramsci abbandona il congresso socialista in corso al Goldoni e percorre sotto la pioggia i milleduecento metri per raggiungere il teatro San Marco. Il centenario del Pci dunque per rileggere senza nostalgia né omissioni la storia dell’Italia repubblicana. Una chiave critica per provare ad aprire le porte del presente. Ecco dunque la suggestione proposta da Andrea Romano riguardo all’ultimo Berlinguer. Quello che si rifugia nello slogan dell’ “alternativa democratica” (lanciato esattamente 40 anni fa, a fine novembre 1980), quando la più togliattiana delle intuizioni di Berlinguer, il compromesso storico, aveva esaurito la forza politica di fronte alle degenerazioni della “Repubblica dei partiti” in cui si erano trincerati Dc e Psi. “Chiudendo in se stesso un partito che rinunciava a incidere sulla realtà della nazione” sottolinea Romano, lasciò “in eredità dapprima al suo Pci - e poi a tutto il Paese - un serbatoio di antipolitica che sarebbe stato ampiamente utilizzato da altri e con tutt’altri obiettivi: dai giustizialisti di ogni colore, che da Tangentopoli in poi avrebbe brandito lo slogan della questione morale per giustificare la delegittimazione per via giudiziaria delle istituzioni repubblicane, fino ad arrivare al Movimento 5 Stelle e al tentativo di fare dell’ultimo berlinguerismo una colonna del pantheon grillino”.

Una storia, quella del comunismo italiano, lunga e tortuosa, avvenuta tra mille errori, contraddizioni e limiti di leadership singole e collettive. Tuttavia il Pci è stato il “partito della nazione” - come recita il titolo del libro - perché specchio del Novecento italiano, sia pure all’interno di un movimento mondiale che di quel secolo - scrive Romano - “fu prodotto, protagonista e becchino”. In conclusione, volendo tracciare un inventario sintetico dell’eredità del Pci, al primo posto va annoverato il metodo della politica basato sul rigore dell’analisi della realtà, la ponderazione delle forze in campo, la valutazione delle conseguenze concrete delle proprie iniziative rispetto alla propaganda parolaia. Un metodo, sottolinea l’autore, di cui si avverte la mancanza nella pratica politica odierna. Ancor più un valore primario è stata la lealtà alle istituzioni della Repubblica, quel farsi carico della tenuta della nazione, sempre, anche senza assumere funzioni dirette di governo. Persino nei momenti di maggiore scontro con il campo avversario, durante la guerra fredda per esempio. Un mondo lontano e irripetibile, utile da studiare per dare nuova forza alle istituzioni democratiche sfibrate proprio dall’antipolitica e dai populismi. —



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