Nel viaggio di Tania sulle orme del padre Lauro Venturi racconta il desiderio di amore
L’imprenditore amministratore delegato della Ocmis di Castelvetro è anche scrittore di romanzi. Esce con il nuovo “La vita dirà la sua”
INTERVISTA
Michele Fuoco
Una disinvolta vocazione al narrare mette in luce Lauro Venturi nel libro “La vita dirà la sua” (Incontri Editrice, pp. 326, euro 16). Non inganni il suo lavoro di imprenditore (è amministratore delegato di Ocmis di Castelvetro) più incline alla pratica dei numeri, perché a Venturi è, da tempo, familiare l’esercizio della scrittura, essendo autore di altri romanzi. Ma in quest’ultimo, concepito in sei anni, affronta un tema attuale con un linguaggio di gusto parlato e un impianto narrativo originale. La vicenda ruota attorno al disagio di Tania, avviata ad una brillante carriera universitaria, per la separazione dei genitori. E a circa 40 anni, alla morte del babbo, decide di mettersi in viaggio per i luoghi del mondo che il genitore aveva visitato con la nuova compagna. Un’avventura eccezionale che acquista valore di esperienza e di scoperta, quasi a cercare una sottile trama di corrispondenze, nel desiderio di amore e comprensione per il padre che le aveva lasciato i suoi diari.
Che significato assume il viaggio di Tania sulle orme del babbo?
«In realtà ci sono, come dice il poeta Roberto Alperoli nella recensione riportata alla fine del libro, due inseguimenti: se prima è il padre ad inseguire Tania per giustificarsi di aver abbandonato la famiglia; dopo è Tania che insegue il padre, attraverso i viaggi commentati nei diari, perché non lo ha mai, né potrà perdonarlo del tutto, ma ha bisogno di rincontrarlo. Il viaggio è una sorta di Via Crucis, l’unico modo per riparare almeno in parte quello che non ha saputo e poteva dirgli quando il babbo ha lasciato la famiglia».
Le parole dei diari non sarebbero state sufficientiper rincontrare il padre?
«Walter Siti parla de “il romanzo come autobiografia di fatti non accaduti”. E Italo Calvino dice che “il diario è statico”. Invece, Tania per andare incontro al padre deve muoversi. E’ anche una sorta di riparazione-riscatto. Nel senso che il padre era andato in posti così belli con la Tizia, che è un modo dispregiativo di chiamare una persona. Tania vuole farlo come psicoterapia, per vedere cosa ha determinato in lei questa separazione».
Che cosa consente la scrittura?
«Penso che per scrivere una riga bisogna leggerne 10mila. La scrittura è un grandissimo divertimento, acuisce la curiosità. Mi piace spaziare. Ha il vantaggio di essere psicoterapica. Guida alla riflessione. Mi sono avvicinato alla scrittura perché la mia era una famiglia molto modesta, ma mio padre leggeva molto e scriveva della sua esperienza nel campo di concentramento. Ho ancora i suoi diari. E ciò mi ha segnato. La scrittura è diventata necessaria. Senza la quale mi sarei fucilato».
Considerazioni, come “quando una relazione finisce è inutile fare l’estratto conto delle colpe”, sono un richiamo contro le violenze in famiglia?
«Vivere in una famiglia dove si litiga è peggio che vivere con genitori separati. Il matrimonio non è una cosa per giovani in quanto impone una responsabilità. Una relazione familiare sotto pressione, se non affrontata, può generare quell’effetto di pentola a pressione, quindi sfociare in violenze, dalle verbali a fisiche. E la convivenza obbligatoria imposta dal Covid ha portato tanti psicologi e psichiatri a scrivere fiumi di parole per evidenziare i danni che può fare una convivenza obbligata tra persone che non hanno più nulla da dirsi».
Fino a che punto lei si identica in Edoardo, padre di Tania?
«Cito Calvino: “L’autore è sempre autobiografico e lavora sui ricordi”. In Edoardo mi riconosco perché dirigente d’azienda e un po’ anche umanista. A lui ho cercato di passare alcuni tratti della mia personalità».
“La vita dirà la sua” può significare anche che l’uomo non sia artefice della propria esistenza?
«La vita è ciò che accade mentre fai altri progetti, cantava John Lennon. E Machiavelli riteneva che l’uomo dovesse crearsi un corso tra destino e fortuna. La vita dà anche dei grandi sberleffi e bisogna allenarsi alla resilienza. Si pensa di essere onnipotenti, arroganti, mentre siamo piccoli satelliti in un mondo grande. Occorre avere rispetto e gratitudine verso la vita e non pensare che sia solo merito del nostro talento, quando capitano cose positive».
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