Drama: «Noi, teatranti “invisibili” siamo arrivati all’ultima spiaggia»
Magda Siti racconta le difficoltà della tante piccole realtà del teatro di ricerca «Non ci sono solo gli attori della tv, la pandemia ha aperto una crisi durssima»
ANDREA MARCHESELLI
«Comunque tranquilli, noi continuiamo a restare invisibili!» È qualcosa di più di un grido di dolore quello lanciato sui social da Magda Siti di Drama Teatro, direi quasi un aforisma che marchia lo stato degli operatori culturali in Italia al tempo del Covid-19, nel suo caso specifico degli artisti teatrali. «Che poi il virus ha colpito anche noi, abbiamo avuto il tipico cluster familiare; paradossalmente, finché abbiamo fatto le cose in teatro, non ci è successo niente; in famiglia, invece, sì. L’abbiamo incontrata proprio per verificare lo stato delle cose in una delle realtà storiche del teatro di ricerca a Modena. «Stiamo riflettendo molto sulla situazione in cui ci troviamo» ci ha detto «Nei giorni del primo lockdown si era creato un certo movimento, anche da parte di diversi artisti: sono nati gruppi di protesta, il ministro Franceschini ha varato l’extra Fus (il Fondo unico per lo spettacolo), ma lasciamo perdere come sia stato fatto. Questa volta, la sofferenza di teatri come il nostro che, seppur pochi, di dipendenti ne ha, pare senza fine, col periodo che non aiuta perché non possiamo metterci in cassa integrazione, con tutte le chiusure di fine anno da fare, le rendicontazioni, questioni pratiche da sistemare che in primavera non c’erano, e che magari sono poco conosciute, perché la gente se pensa al teatro vede la Scala, gli attori che passano in tv».
Magda Siti è un fiume in piena: « Invece, pure le realtà come le nostre, professionali, debbono pagare le utenze, gli F24, e così via. Mentre Franceschini pensa al Netflix della cultura che mi fa andare un po’ fuori di testa. Per due motivi: il primo è che condivido quanto scritto da autorevoli commentatori come Alessandro Tappi sull’uso errato di questi soldi; poi, perché giudico il concetto sbagliato. Non demonizzo il video, anzi, però ogni artista deve essere libero di scegliere la forma in cui esprimersi. D’altronde, l’utilizzo del video risale a decenni fa, non è certo una scoperta, ma per usarlo devi conoscerlo bene, non puoi improvvisarti solo per sanare una situazione come questa».
Eppure, l’idea sembra avere un certo successo «Temo che ci si stia un po’ accontentando, stando zitti per recuperare un migliaio di euro. Ma c’è troppo poco pensiero per il futuro, in una categoria, come la nostra, di invisibili. Si può svendere il lavoro intellettuale?»
Ricette alternative?
«Noi abbiamo un grande vantaggio, rispetto a chi gestisce grandi sale. Il rapporto diretto, quasi personale, col pubblico, e questo non siamo disposti a perderlo. Di conseguenza per coinvolgerlo abbiamo lanciato un’iniziativa, “La VostraVoce”, che non ha a che fare direttamente col teatro, è piuttosto un’esperienza di scrittura creativa rivolto a chi non ha smesso di seguirci»
E poi?
«Poi siamo qui come tutti a dire: quando ci diranno potete aprire? Dovessimo iniziare a metà marzo sarebbe una cosa, a febbraio un’altra, a maggio.. a maggio forse potremmo non riaprire neanche più. La nostra è un’attività che va programmata in tempi molto lunghi, non possiamo rivolgerci in due giorni ai fornitori e aprire. Ed è impossibile per noi vivere alla giornata».
Ma allora vi siete bloccati?
«Per ora ancora non del tutto, nel senso che non rinunciamo al pensiero, a una riflessione sul teatro. Infatti adesso faremo cinque giorni di prova che erano saltati prima sulla nuova produzione, senza sapere peraltro se il tutto vedrà mai la luce, ma questo ci conduce a un approfondimento e un’analisi del nostro lavoro. È un lusso che ti concedi, ma ci deve essere questa cosa, non possiamo dire ci buttiamo tutti sul video solo per rincorrere un’elemosina, solo perché siamo “ricattabili” per la nostra inconsistenza politica e inadeguatezza sindacale».
Impossibile vedere un’uscita del tunnel?
«Difficile, perché ognuno aveva una propria programmazione, cosa rimarrà di questa? Poi, non è solo un problema di titoli, un teatro come il nostro cerca anche di dare un senso al programma, di avere un progetto culturale, cancellare spettacoli o inserirne altri non può essere fatto con leggerezza, occorre che vi sia un'idea che tenga uniti l'uno all'altro. Anche se in questo momento il massimo che possiamo fare è pensare alla sopravvivenza, una cosa tristissima, nella speranza di una riapertura a marzo quasi come ultima spiaggia».
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