Bizzarri: «Sono diventato scrittore grazie a un “difetto” di memoria»
“Disturbo della quiete pubblica”, una storia ispirata dagli aneddoti di un agente Un giallo che tocca temi attuali in Italia come sicurezza e integrazione
ELENA PELLONI
Portatemi in carcere, sono innocente. È questa la folle richiesta pronunciata dal protagonista all’inizoo della prima impresa letteraria di Luca Bizzarri. Richiesta che scombussolerà la nottata di due agenti di polizia, Marco Pieve e Enrico Rossetti, incappati nella labirintica vicenda del senegalese Mamadou. “Disturbo della quiete pubblica” verrà presentato questa sera in streaming dal Forum Monzani.
Il suo è un romanzo di fantasia. Ma c’è qualche storia particolare che l’ha ispirata?
«Un errore di memoria, sostanzialmente. L’inizio della storia di cui scrivo mi venne raccontato una trentina d’anni fa da un mio amico poliziotto. Poi questo mio amico non l’ho più rivisto, fino all’uscita del libro. Quando ci siamo sentiti, in quell’occasione, ho scoperto non solo che lui non è più un poliziotto e che vive all’estero. Ma anche che la storia che mi aveva raccontato era in realtà un costrutto della mia fantasia. Ne avevo mescolate due che lui mi aveva riportato. Un equivoco della mia memoria».
E l’epilogo quindi?
«Il finale è totalmente di mia invenzione. Quando ho iniziato a scrivere non sapevo dove sarei andato a parare, quale sarebbe stata la chiusa. Al contrario, avevo la storia ben chiara in testa quando ho iniziato a scrivere. Man mano che proseguivo nella stesura è stato come se anche io svelassi, assieme ai miei personaggi, l’epilogo della vicenda. È stata una sorpresa anche per me».
Il suo romanzo tocca due temi delicati nel nostro Paese: la sicurezza e l’integrazione. C’è ancora tanta strada da fare in questo senso?
«Credo molto nella responsabilità individuale di ciascuna persona. Per cui riguardo alla sicurezza, in quanto figlio di un Carabiniere, mi sento molto vicino all’Arma. Allo stesso tempo penso che ci siano stati episodi, in Italia, in cui le persone, più che le divise che indossavano, hanno sbagliato. Si tratta di comportamenti che vanno puniti, senz’altro, ma che bisogna anche cercare di prevenire. Credo che questo accada quando le persone, così come descrivo nel mio romanzo, davanti alle difficoltà scaricano le responsabilità sugli altri o ne rimandano la risoluzione. Molto spesso c’è poca serietà nell’affrontare certi tipi di problemi. Questo è valido anche per la nostra idea di immigrazione. Abbiamo scritto tantissime regole per cercare di arginarla, talmente tante che diventa quasi impossibile rispettarle tutte. E quindi alla fine il risultato è che molte cose scritte non si traducono in soluzioni effettive. Viviamo in un sistema, che in parte abbiamo favorito a costruire, in cui la stessa immigrazione diventa reato. Diventa quindi difficile regolamentarla tuttora che questi due concetti si sovrappongono. Lo stesso, ad esempio, accade con le sostanze stupefacenti. Se si proibisce una sostanza senza occuparsi delle dipendenze che crea, sarà sempre più difficile gestire queste ultime».
Il suo primo romanzo arriva sul finire di un anno complesso. Come ha vissuto il lockdown?
«Come tutti, immagino. Ovvero male. A marzo, infatti, il mio libro sarebbe già dovuto uscire ma l’abbiamo dovuto rimandare visto quanto è successo. Il primo periodo dopo l’esplosione della pandemia l’ho vissuto con grande apprensione. Temevo per le persone anziane e maggiormente fragili a me vicine. Girando molto per lavoro e incontrando quasi quotidianamente persone diverse, avevo paura di portare loro il virus. Ora, pur capendo la grande complicazione che questa malattia comporta, dal punto di vista amministrativo e della salute, mi sembra che ci sia tanta buona volontà ma un po’ troppa improvvisazione. Spesso chi è deputato a risolvere i problemi in questo Paese è più attento a inseguire gli umori della folla, che il bene comune. Penso che il Covid sia stata l’ennesima dimostrazione della nostra mancanza di serietà nell’affrontare un problema, a tutti i livelli».
La troveremo?
«Questo credo che lo decideranno i lettori. Io scrivo da sempre, perché per il tipo di lavoro che faccio ho sempre prodotto ciò che poi porto sul palco. Indubbiamente la redazione di un romanzo è un tipo di stesura completamente diverso da quello che sono abituato a fare. Anzi, penso di aver ancora tanta strada da fare per impadronirmi della tecnica e delle regole che comporta. Ma sono già soddisfatto. All’inizio non pensavo di essere all’altezza del compito che mi ero prefigurato. E invece». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
