“Svegliarsi negli anni Venti” e trovare la chiave del presente
Paolo di Paolo lo presenterà oggi pomeriggio on line per il Forum Eventi con l’attore Lino Guanciale. Storie di un secolo fa si intrecciano con l’oggi
l’intervista
arianna de micheli
Pagina 119: “Torna sempre buono l’apologo di David Foster Wallace su due giovani pesci che nuotano spensierati. Un pesce più vecchio li incrocia e domanda: “Com’è l’acqua?”. Loro si guardano perplessi: che cos’è l’acqua?”.
Questo libro inizia domani. Quando cioè la giusta distanza dalle acque scure in cui siamo immersi ci aiuterà, forse, a nuotare con la consapevolezza del vecchio pesce. Questo libro inizia ieri. E reitera l’hic et nunc spostando le lancette un’ora indietro e un’ora avanti. Non soltanto perché è “un corridoio spazio-temporale da percorrere all’inseguimento di una verità comunque inafferrabile”.
Firmato da Paolo di Paolo (finalista al premio Strega nel 2013 con “Mandami tanta vita” ed il cui più recente romanzo “Lontano dagli occhi” si è aggiudicato il premio Viareggio-Rèpaci) “Svegliarsi negli anni Venti”, edito da Mondadori, ritrova infatti le proprie radici in un mondo pre-Covid.
«Dopo aver scritto un romanzo mi sento svuotato. Sperimentare altri generi mi ricarica. Ho pensato ad un saggio che potesse interrogare il presente partendo da un dato ovvio. Eppure ai miei occhi quasi sorprendente: i ragazzi nati nel duemila erano sul punto di compiere vent’anni».
Con i piedi saldi nel nostro oggi e lo sguardo puntato ad un secolo fa – “altri” anni Venti carichi di promesse – lo scrittore romano era convinto, in coda al 2019, di avere in punta di penna l’incipit di un libro “positivo”. Di ampio respiro. «Poi è successo l’imponderabile. Era metà febbraio. La tentazione di buttare via tutto è stata forte. Ma si è scontrata con la volontà di cogliere la portata emotiva di quanto stava accadendo. Grazie anche al riaffiorare di un ricordo: l’influenza spagnola del 1918. Una pandemia che non avevo mai preso in considerazione, ma che ritorna tra le righe della letteratura di allora. Un esempio? “La signora Dalloway”, romanzo del 1925 scritto da quel genio che fu Virginia Woolf. La signora Dalloway esce di casa per comprare i fiori per la sua festa di compleanno. Una frivolezza agli occhi altrui. Un vero e proprio ritorno alla vita per la signora Dalloway. Che, con i polmoni fiaccati dalla spagnola, si rammarica del fatto che nessuno al mondo potrà mai sapere quanto lei avesse amato ogni cosa, ogni momento. Del resto chiunque di noi non fa che testimoniare il proprio attaccamento alla vita. Sì, anche nella rabbia».
Questa sera alle 18.30 Paolo di Paolo presenterà il suo saggio di 171 pagine – pagine che scivolano veloci, quasi senza attrito, nella coscienza del lettore – in diretta streaming al Forum Monzani. Nel ruolo di spalla d’eccezione Lino Guanciale, attore che a Modena è ormai di casa.
L’incontro in anteprima con la voce dell’autore esordisce con una precisa domanda: il nostro quotidiano era dunque un’illusione?
«Non abbiamo smarrito la nostra quotidianità quanto piuttosto la disinvoltura della vita quotidiana. L’anno è lo stesso per tutti. Non altrettanto il suo peso specifico, il suo riverbero emotivo. Ciò non toglie che ci accomuni l’immediata nostalgia per la perduta “Western-Way -of -Life”. Una nostalgia di cui, come sottolinea Simon Reynolds in Retromania, la società attuale ha fatto brand. La cesura portata a corredo dal coronavirus “compatta” le generazioni. Dieci mesi fa il divario tra chi è nato negli anni Settanta e Ottanta, i propri genitori ed i ragazzi più giovani era profondo quanto un abisso. I limiti imposti alla libertà, data per scontata, hanno annullato, o comunque ridotto, lo scarto. Limiti che fatichiamo a tollerare perché ai nostri occhi inconcepibili. Non conosciamo infatti il reale significato del termine costrizione. Significato di cui i soli depositari sono gli ultimi testimoni della seconda guerra mondiale».
Nel suo libro, con i dovuti distinguo, lei paragona Facebook al sanatorio Berghof di Thomas Mann. Il capitolo si intitola “Suscettibilità a fior di pelle”. La rabbia sta avendo dunque la meglio?
«Siamo stati privati nel nostro spazio del desiderio. E questo genera una frustrazione quasi insostenibile che ci porta a mostrare letteralmente le “fauci schiumanti”. Motore nonché ricarica di vita, oggi il nostro desiderio resta bloccato in un limbo al momento sine die. Imprigionato anche dal senso di colpa».
“I sogni sono una polizza assicurativa rischiosa e inerte”. Parole sue. Che cosa desiderava da bambino?
«Quando avevo dieci anni mi vedevo già disegnatore. Che fine ha fatto la matita? L’ho appesa al chiodo nel momento in cui ho maturato il mio “sogno giornalistico”. Un sogno che ben presto è andato oltre sconfinando nel miraggio di una scrittura libera. Un desiderio, quello di diventare scrittore, che in principio non riuscivo a confessare neppure a me stesso. Forse perché temevo fosse troppo aleatorio. Ammetto di rimpiangere un po' quel ragazzino di quindici anni. Per quel desiderio puro che lo spingeva ad inseguire un luogo ideale».
Quale è il suo romanzo d’elezione? Il libro cioè che “l’ha fatta saltare sulla sedia e a cui non vedeva l’ora di tornare?
«Sebbene non l’abbia citato in “Svegliarsi negli anni Venti” senza dubbio è “L’educazione sentimentale”, storia di un giovane uomo di Gustave Flaubert. Perché educa appunto al desiderio. Che trova la propria ragion d’essere non nell’appagamento bensì nell’attesa. Perdutamente innamorato di una donna sposata e maggiore di lui di diversi anni, il giovane uomo in questione, al secolo Frédéric Moreau, è così distratto dall’amore da non riuscire neppure a realizzare il suo sogno di rivoluzionario. La conclusione è però meravigliosa: è stato bello attendere». —
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