Gazzetta di Modena

«Così Che Guevara il rivoluzionario si è trasformato in un mito del ’900»

Michele Fuoco

“In sella al Ronzinante” di Luigi Malavasi Pignatti Morano analizza vita e battaglie. «”Santificato” come Garibaldi»

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Michele Fuoco

Stava scrivendo, nel 2017, un libro sul mito garibaldino, quando Luigi Malavasi Pignatti Morano ha pensato ad un potenziale confronto tra “l’eroe dei due mondi” e Che Guevara che potrebbe essere considerato un “Garibaldi del 900”. Da qui l’interesse del giovane studioso per il rivoluzionario argentino e il recente volume “In sella al Ronzinante. Storia e mito di Ernesto Che Guevara” (Edizioni Il Fiorino, pp. 380, euro 14).

«Li accomuna – dice l’autore – la “santificazione”, essere due personaggi dagli aspetti eversivi. Il Che diventa eroe per tutte le stagioni, simbolo pacifista, dei diritti umani, delle donne».

Lei sostiene che la diffusione planetaria dell’immagine iconica del guerrigliero si contrappone ad un sempre più manifesto disinteresse per l’uomo Guevara. In che senso?

«Ritengo che la sua biografia sia poco conosciuta nelle scuole e anche all’Università, perché è un tema non trattato. Invece la sua immagine è a diffusione planetaria. È diventata un marchio commerciale, un logo. Serve per vendere qualsiasi cosa, un gadget. Ciò ha portato la famiglia a fare anche battaglie legali. Da un lato, abbiamo un volto universalmente riconoscibile, anche se le ultime generazioni cominciano a vacillare, tanto che alcuni ragazzi intervistati lo scambiano per una superstar. Dall’altro, il suo “ritratto” sfugge per vari motivi: la storia viene coltivata solo da appassionati, anche se c’è un certo interesse per la storia spettacolarizzata, romanzata, la “fiction”. Guevara è stato trascurato, fatta eccezione per due film. Non c’è stata una ricerca storica significativa: solo nel 1997, in cui vengono ritrovati i suoi resti, sono usciti i migliori saggi e biografie. Lodevole l’attività svolta dallo Centro Studio di Che Guevara a Roma. Libretti fotografici si soffermano su episodi marginali. Una biografia poco studiata e difficile da ricostruire. Ho fatto fatica a mettere insieme il materiale e fare chiarezze sulla tante pubblicazioni».

Il Che era un mito negli anni 70 e 80. Perché è decaduto a immagine pubblicitaria?

«Credo che Guevara, con le sue qualità morali, possa essere un mito spendibile per la nostra epoca. Pur provenendo da una famiglia benestante, decide, sul modello di San Francesco, di lasciare tutto, di sacrificare la vita. Suo il trionfo della rivoluzione a Cuba, dove diventa ministro dell’industria. Poteva star bene, perché potente, ma decide di esportare la rivoluzione: va a combattere in Congo, e in Bolivia nel 1967 dove perde la vita. Era rigoroso nell’imporre a stesso ciò che imponeva agli altri. Ha trovato fortuna nella contestazione del 1968. Era morto, a 39 anni, per un ideale in cui si riconoscevano tanti giovani. Oggi i miti godono cattiva salute: si cerca di demolirli. Una lotta assurda contro i simboli del passato. Il Che è ridotto ad icona di speranza, sopravvive perché incarna particolari valori. Non tanto dal punto di vista politico, perché la sua immagine è quasi tramontata, ma resistono il suo assoluto disinteresse per il denaro, il non essersi fatto intossicare dal potere».

Perché è uno sconfitto della storia?

«Perché ciò per cui ha combattuto non si è realizzato. L’espansione del “foco” rivoluzionario nel mondo intero, creando due o tre Vietnam, la fine dell’imperialismo, del capitalismo occidentale che sarebbero implosi, perché incapaci di controllare l’espansione della guerriglia: tutto è fallito politicamente. La parabola storico-politica, con la morte del Che, si è conclusa con un fallimento. Il mito è riuscito a sopravvivere con la morte tragica. Si è alimentato ed è servito a combattere battaglie giuste: è un valore da riconoscergli».

Il vero eroe è lui o Castro?

«Sicuramente il Che. Fidel Castro è stato il cervello della rivoluzione. Era politico e diventa incarnazione di un potere dittatoriale e liberticida».

«Si può non condividere le sue idee, ma ha saputo dare anche dei grandi esempi. Non so quanti nostri governanti si metterebbero in fila alla mensa con la scodella di alluminio in mano, come ha fatto il Che, pur essendo grande uomo. È un modello da questo punto di vista. Incorruttibile. Era autoritario fino al limite del fanatismo: rimprovera aspramente il cuoco che gli vuole dare una doppia razione».

Perché il titolo “In sella al Ronzinante?

«Il libro di Cervantes era il libro preferito da Guevara. Il Don Chisciotte lo utilizzava per istruire i contadini. Il suo slogan era “essere più colti per essere più liberi”». —

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