Gazzetta di Modena

l’attore italiano del duemila 

Da Craxi, a Buscetta, a D’Artagnan: Favino il poliedrico

Fabio Canessa

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Fabio Canessa

Se Alberto Sordi ha rappresentato l’italiano del Novecento, quello del Duemila ha il volto di Pierfrancesco Favino. In vent’anni di attività ha interpretato la più vasta gamma di tipi umani che un attore abbia mai potuto impersonare, ricoprendo i ruoli che un tempo sarebbero stati assegnati a interpreti assai lontani tra loro: dallo stesso Sordi a Volonté, da Gassman a Totò, da Mastroianni a Manfredi. Per cui Favino è diventato il jolly onnipresente in tutti i generi di film: se togliete lui, che cosa rimarrebbe di gran parte delle commedie e del cinema d’autore, quello di impegno politico e di disimpegno commerciale, di ricostruzione storica e di accensione fantastica? Chi lo ammirò a teatro in “Servo per due” scoprì subito l'abilità trasformistica di un talento che, formatosi all’Accademia di Arte Drammatica Silvio D’Amico, stupiva fin dagli inizi per la naturalezza con cui passava dalla maschera comica all’introspezione drammatica, dal monologo lirico alla scatenata fisicità. Quel processo di trasformazione della voce e del corpo che ha toccato il vertice nel Craxi di “Hammamet”, resuscitato grazie a un Favino diventato irriconoscibile da quanto ha saputo reincarnarsi alla perfezione nella gestualità e negli sguardi di Bettino. Bastano pochi minuti perché lo spettatore dimentichi l’attore e vi sovrapponga il politico redivivo. Prima di arrivare a Craxi, Favino è stato di volta in volta il ciclista Gino Bartali e l’anarchico Giuseppe Pinelli, il banchiere Giorgio Ambrosoli e il sindacalista Giuseppe Di Vittorio, il padre di Marco Polo e il mafioso Tommaso Buscetta, nonché il presentatore del Festival di Sanremo del 2018. Al contrario della maggior parte dei suoi colleghi, più cauti e prevedibili nel ripetere i loro cliché (pensate al monocorde Fabio De Luigi o al serioso Toni Servillo), Favino procede con la felice spavalderia di un Gigi Proietti nel mescolare l’alto e il basso, a cimentarsi con estrema versatilità nello sfaccettare personaggi sempre diversi: il delinquente Libanese di “Romanzo criminale”, lo scrittore gay di “Saturno contro”, il politico corrotto di “Suburra”, il giornalista adultero di “Posti in piedi in Paradiso”, il poliziotto bastardo di “Acab”, la macchietta effeminata di “Moglie e marito”, solo per fare qualche esempio. “Il collezionista di anime” è infatti il titolo del libro che Fabio Ferzetti e Federico Pommier Vincelli hanno dedicato all’arte di Pierfrancesco Favino.

Solo una professionalità a prova di bomba gli permette di recitare sia per aggiunta (nei film esagitati di Gabriele Muccino) che per sottrazione (nel crepuscolare “L’industriale” di Montaldo) oppure di parlare credibilmente in qualsiasi dialetto e con qualsiasi accento italico. Ma è anche uno dei pochi attori italiani che ha lavorato in blockbuster internazionali, diretto da Ron Howard e Spike Lee, al fianco di Brad Pitt e Tom Hanks. Sempre premiato dal successo di critica e di pubblico, vincitore di 3 David di Donatello, 4 Nastri d’Argento e della Coppa Volpi all’ultima Mostra di Venezia con “Padrenostro”, dove interpretava il vicequestore Noce colpito dai terroristi rossi nel 1976. In una carriera così feconda e travolgente, c'è spazio per l'ottimo “Il traditore” di Marco Bellocchio e per “Gli anni più belli” di Muccino, una versione trash del capolavoro di Scola “C’eravamo tanto amati”. Ma anche nei prodotti più brutti, lui riesce sempre a salvarsi. Perfino nell’imbarazzante “Tutti per 1-1 per tutti”, nel quale interpreta un buffo D’Artagnan che parla come l’ispettore Closeau di Peter Sellers. Come diceva il saggio cinese Lao Tze, “ciò che al mondo è più flessibile vince ciò che al mondo è più duro”. La flessibilità del talento straordinario di Favino ha vinto perfino la durezza dell’attuale cinema italiano, che lo sfrutta in tutte le salse e lo spreme per ogni obiettivo (farci ridere, piangere o pensare). Ma chissà quali film ci avrebbe lasciato se avesse avuto sceneggiatori come Age e Scarpelli o registi come Mario Monicelli ed Elio Petri, Pietro Germi e Sergio Leone?

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