Baraldini, “noir” da favola con la singolare storia del gatto Leonzio
Le avventure del felino sono integrate nell’esistenza umana Allo scrittore modenese il premio Nabokov
Michele Fuoco
“La cruda storia del gatto Leonzio” racconta Francesco Baraldini nel libro pubblicato da Artestampa, con illustrazioni di Antonella Battilani (pp. 190, euro 16). Allo scrittore modenese il Premio Internazionale Nabokov per la sezione “Narrativa per ragazzi”. Una storia di un felino che s’intreccia con vicende quotidiane. L’arguzia narrativa, espressa in un periodare ben articolato, di purezza linguistica che non lascia spazio agli “anglicismi” di maniera, consente al lettore di percorrere con leggerezza le avventure del gatto, integrate e verificate nell’esistenza umana.
Come ha creato questa storia?
«Il libro si fonda su un fatto reale: un gattino dopo la morte della sua padrona viene buttato fuori di casa e viene raccolto da un’altra signora. Accade a Leonzio. L’associazione di idee mi ha portato a pensare alla storia del gatto Murr di Hoffmann (pubblicata anche da Formiggini nei “Classici del ridere”), noto per le sue elucubrazioni filosofiche che scrive sul retro delle scartoffie di un musico. Leonzio, invece, si pone sulle ginocchia della padrona che legge romanzi di avventura. E quando la signora si addormenta il gatto, che ha imparato a leggere e scrivere, scrive qualcosa sul foglio. La buona padrona, stupita, lo mette alla prova. E lo fa vedere alle amiche. Una di queste si fa aiutare dal cugino per farlo diventare una sorta di attrazione da circo. Quando la governante trova morta la padrona, il gatto si fa l’idea che sia stata lei ad avvelenarla. Messo fuori porta, il gatto viene accudito da una signora che ha anche altri gatti. Sullo zerbino continua, su un’agenda, a scrivere la sua storia. Difficile individuare l’assassino tra la varia umanità di provincia. Tra i sospettati anche il marito e il genero della signora».
In letteratura non mancano gatti protagonisti di romanzi. A chi ispira, in particolare?
«A Pinocchio di Collodi. Tutte le avventure di Leonzio lo fanno pensare. Questo gatto potrebbe essere anche un uomo, un bambino abbandonato…».
Il libro è a metà strada tra la favola e la realtà. A chi è destinato?
«Ai bambini, non direi, perché l’ultima parte è un po’ brutale: un vecchio che vuole concupire una fanciulla a cui ha affittato una casa. Ci sono elementi da “favola nera”, alla maniera di quelle di Edgar Allan Poe».
Ma lei lo ha concepito come giallo?
«No. Ma come favola per adulti, tra situazioni reali che ho conosciuto ed elementi fantastici».
Tra i tanti episodi (ladri, trafficanti senza scrupoli , matti…), anche quelli legati all’arte…
«C’è Il furto del Domechino, con riferimenti a quello del Guercino nella chiesa di S. Vincenzo a Modena. Certamente, amo l’arte, ma quella antica. C’è, pur con garbata ironia, qualche stoccata a certa pittura astratta, indicando un artista di successo che non sa dipingere, ma solo spargere macchie di colore sulla tela. Il suo merlo indiano inventa, con il pennello nel becco, un nuovo stile pittorico».
E contento che il suo libro abbia vinto già un ambito premio letterario?
«Inaspettatamente ho vinto il prestigioso Premio Letterario Internazionale Nabokov Cool Guys, istituito a Roma nel 2006. Primo posto nella sezione “Narrativa per ragazzi”. Letteratura per ragazzi significa per me Stevenson, Melville, Gulliver, Salgari, ma l’insuperabile è sempre Collodi». —
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