Echi di “Tempo fermo” Un mosaico di voci nei racconti di Marani
Undici storie tra fatti reali, con innesti fantastici, e diario Una sorprendente scrittura per “una bella pagina” di linguaggio anche familiare.
Michele Fuoco
Sorprende, ancora una volta, lo scrittore e poeta Francesco Marani con i suoi 11 racconti di “Tempo fermo” (Book Editore, pp. 104, euro 15), per la notevole disinvoltura nell’articolare storie che si offrono come rappresentazione reale, diario personale, mosaico di voci. Abile la strategia di narrazione, con la parola concisa in un tessuto unitario che consente al lettore di esaudire il bisogno di capire, di rendersi conto dello svolgimento dei fatti. Scioltezza e vivacità di dialogo si affermano nell’episodio di una giovane tedesca, giunta in Italia con la famiglia, per cercare sull’Appennino modenese notizie del fratello Wilhelm, recluta della Wemacht, di cui non si era saputo più niente dopo l’ultima sua lettera dal fronte della Linea gotica; e nella vicenda della filippina Asunciòn che, infermiera in Italia, ritorna in patria con il suo bambino, rinunciando all’amore di un prete che aveva lasciato l’abito talare. In questo libro si delinea anche la scena di una squallida miseria affrontata da una famiglia in una località della montagna. Ma nella realtà dei fatti lo scrittore irradia quegli elementi di tenerezza di una madre e dei suoi figli che, nell’affrontare le dure prove per la sopravvivenza quotidiana, riescono a trovare, nell’avverso destino, uno spazio per qualche piccola felicità. Per questo la narrazione acquista la dimensione della favola, anche per il lessico familiare che la sostiene. C’è fiducia assoluta nel valore conoscitivo delle cose e l’autore, già docente di diritto civile all’Università di Modena e presidente di Banca negli anni Novanta, pare essere interessato ad analizzare le singole esperienze dei suoi personaggi, rafforzandole talvolta con nuclei inventivi che determinano una sorta di atmosfera di magia, una sospensione di significati tra realtà e fantasia: da un ragazzo, la cui mancanza di tatto era compensata dagli altri sensi, allo scrittore di gialli “perseguitato” dai protagonisti delle avventure.
L’elemento autobiografico emerge, in terza persona, abbastanza netto negli ultimi racconti che rimandano alla morte assurda del padre, anche lui poeta, alla fine della guerra, ad opera di individui mascherati, presentatisi come partigiani. Una vicenda di violenza diventata indagine anche per un reportage televisivo. Scrivere ha significato, per Francesco, un’assoluta necessità di testimoniare il senso di quella dolorosa vicenda, di sostenere lo svelamento di una più vera realtà. «Avevano prelevato suo padre, mitra alla mano. Poi, nella notte, s’era sentito un motore di automobile che si allontanava. Non lo vide più. Ma il poeta restava con lui e si parlavano». E, in seguito, sono state pubblicate le ultime poesie di suo padre. «Era sicuro che quello fosse il perché del dono del tempo, non la carriera universitaria, non l’avvocatura, non le cariche pubbliche. Nella lettura di quegli scritti trova la conferma ch’Egli era ancora vivo, perché gli parlava da un mondo di poesia verso cui s’era avviato quella sera d’aprile con passo snello come sempre. Tutto era rimasto fermo nella casa per entrare nel mondo della poesia».
Si avvera così il valore sacrale della parola che sa rinascere sui sentimenti, sull’amore per la verità. E quando Marani interpreta situazioni vissute, la parola si fa sempre più limpida, salda, luminosa, rinvigorita dal messaggio di forza. «Il suono di una parola – dice l’autore – riflette il mio pensiero». La sua scrittura reca l’eredità della “bella pagina” da scorgere anche nei “pensieri nei pressi di Corona Virus”, dove si legge che «talvolta non ci sentiamo all’altezza della nostra umanità: ci sentiamo poveri, lampade senza luce». —
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