Roan Johnson e i segreti del Barlume sul set «Con Timi o Guzzanti è come allenare Iniesta»
Il regista pisano racconta i retroscena della nuova stagione della serie tv ispirata dai romanzi di Marco Malvaldi, in onda da domani su Sky
INTERVISTA
Francesca Lenzi
Il Covid-19 ha fermato tante cose, ma non i terribili vecchietti del Barlume che, insieme al barista Massimo Viviani, troveranno comunque il modo di svelare nuovi misteri. Il tutto nell’immaginaria cittadina toscana di Pineta, e sempre con il regista pisano Roan Johnson dietro la macchina da presa. Lo abbiamo intervistato per conoscere qualcosa di più su di lui e sulla fortunata serie ispirata ai romanzi di Marco Malvaldi, prodotta da Sky e Palomar, in onda con i nuovi episodi domani e il 18.
Johnson, partiamo dalla fine, dai nuovi episodi. Com’è stato girarli in piena pandemia?
«C’è stato un momento, proprio in mezzo alla pandemia nel quale la cosa più naturale da fare sarebbe stata lasciar perdere e saltare l’appuntamento. Però ci dispiaceva molto. Sia per noi che per il pubblico. Fra un pizzico di paura e preoccupazione e varie ipotesi, alla fine da un problema abbiamo cercato di tirar fuori un’opportunità, esorcizzando questa esperienza, traumatica un po’ per tutti. Il Barlume è un mondo, prima nei romanzi di Malvaldi, poi nella serie tv, dove già si è allenati a ridere di cose non proprio divertenti, come ad esempio un delitto. Per questo ci siamo sentiti abbastanza tranquilli di riuscire a esorcizzare anche il Covid».
Lei nasce sceneggiatore, ma nel tempo ha fatto e fa molte cose: il regista, lo scrittore, il docente. Com’è possibile conciliare tutti questi ruoli?
«In realtà ora sono più regista che altro. Al momento ho anche smesso di insegnare e mi spiace perché l’ho sempre fatto molto volentieri. S’impara tanto insegnando. A star fermi si perde un po’ il contatto con le nuove generazioni ed è un peccato. Insomma, è per dire che in realtà non riesco a far tutto. Anche la scrittura l’ho lasciata e ormai faccio solo lo sceneggiatore di robe mie. Per natura sono irrequieto, mi deconcentro e annoio molto facilmente e ho bisogno di variare tanto. Diciamo che imparo facendo cose diverse. È la mia natura, non una legge universale».
Il giallo. In altre interviste ha parlato di un’affinità maggiore con la commedia, ma alla fine il giallo ha scelto lei comunque.
«È così. Intendiamoci, il giallo mi piace, non sono però un appassionato giallista. Mi piacciono tantissimo i documentari sui fatti di cronaca. Ad esempio “Un giorno in pretura”. Non l’avevo mai visto prima, ma con RaiPlay ho cominciato a guardarlo. Ecco, non ho mai visto la televisione in modo canonico. Fino ai 14 anni non l’avevo proprio, dai 14 ai 18 mi ci sono sfondato, ma con l’università e la sperimentale non ho più acceso la tv. Tornando a me e al genere, lo stesso Barlume di Malvaldi offre il giallo come pretesto per raccontare con irriverenza la sagacia della provincia toscana. Ovviamente Sky e Palomar non cercavano un giallista ma uno che beccasse quel tono lì. Che è difficile perché il giallo va per definizione un po’ contro la commedia. E il tono è l’aspetto più difficile della serie. Malvaldi è stato geniale a trovarlo nella letteratura, ma la trasposizione sull’audiovisivo era un salto nel vuoto, perché non è così immediatamente traducibile. Ho anche avuto la fortuna di avere attori molto bravi e, qualità rara, capaci di unire in qualche modo la serietà con l’ironia e la commedia. La prima stagione nel Barlume è stata stressante perché non avevo certe sicurezze e perché, compresi gli stessi attori e la produzione, è un casino all’inizio fidarsi l’uno dell’altro».
È arrivato al Barlume alla seconda stagione. Adesso siamo all’ottava. Cosa c’è di speciale in questa serie?
«Eh, qualcosa c’è. E proprio la sintonia che si è creata nel tempo ci ha permesso di girare anche quest’anno e raccontare il Covid. Un’intesa totale, e ci divertiamo tantissimo. Questo il pubblico lo percepisce. Siamo una famiglia. Lo stesso coronavirus ci ha aiutato. La pandemia è stata per noi una variazione sul tema che ha aggiunto situazioni inedite che tutti però hanno vissuto, innescando una sorta di immedesimazione con i personaggi della serie».
Parliamo di “Piuma” uscito nel 2016. Un film importante per lei. Un film che affronta la difficoltà oggi di fare figli. A distanza di quattro anni, cosa resta di quella storia e quali, se ce ne sono, i rimpianti?
«Sul film in sé non ho rimpianti. Credo tutt’ora che sia un bel film, con i giovani protagonisti bravissimi, e ne sono molto orgoglioso. L’unico rimpianto, col senno di poi, è che avremmo potuto giocar meglio l’uscita nelle sale. Non c’erano star e non avrebbe fatto incassi milionari, siamo d’accordo, ma in quel momento c’era la convinzione di andare sui teen, e “Piuma” non è un film da teen; è ad ampio raggio, ma il centro eravamo noi quarantenni che l’avevamo scritto per esorcizzare la nostra paura. Alla fine, comunque, è andato in concorso a Venezia, fra mostri sacri come “La La Land” ed è un motivo di orgoglio».
Attori giovani e meno giovani. C’è differenza nel dirigerli?
«Certo. In generale io tendo a lavorare con attori molto bravi e molto intelligenti. È il mio sogno. Spesso trovo attori che hanno fatto scuole importanti e che hanno lavorato anche a teatro. Ecco, quando è fatto bene, e non è parruccoso, il teatro è davvero una palestra pazzesca. Poi capita di lavorare con gente come Timi, Guzzanti, Benvenuti. Autori oltre che attori. Lì c’è un rapporto diverso e serve avere l’intelligenza per capire quando fare un passo indietro. È come avere in campo Pirlo o Iniesta. Tu puoi anche fare lo schema, ma quelli sono dei geni e sanno da soli a chi passare la palla».
Tv e cinema. Quale preferisce?
«Beh, per la televisione finora non ho fatto serialità lunghe. Solo il Barlume va avanti da tanto, ma quella è una roba strana. Alla fine sono due film all’anno, non proprio una serie. Può essere che in futuro faccia cose più lunghe. Mi piace molto la serialità perché ha un arco narrativo più grande e potenzialità maggiori. Però il cinema, vedere il film con il pubblico in sala, beh, non ha rivali. Vorrei farli entrambi, anche se purtroppo credo che in futuro sarà più difficile fare film. Questa pandemia ha ammazzato il cinema e chissà quante sale non riapriranno».
Chiudiamo da dove abbiamo iniziato: il Barlume. Fa ancora parte del suo futuro?
«Nel frattempo ho girato un film, a Roma, a novembre. Sono contento perché ho fatto una roba mia, ed era tanto che non la facevo. Quanto al Barlume, è una boccata d’aria. Quando giro all’Elba viene anche la mia famiglia. Secondo il percorso da regista, sarei già dovuto andar via, ma l’amore per questa serie è tale che, fin quando riesco, mi piacerebbe continuare. A parte la prima stressante stagione, il Barlume è il lavoro dei sogni». —
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