Nella poetica di Gallerani quei “popoli scomparsi” parlano all’uomo di oggi
Michele Fuoco
Vicende umane, attraverso la storia de “I popoli scomparsi”, o sul punto di svanire (sumeri, piceni, vichinghi, longobardi, Maya, marrani, berberi, tartari…), esamina Guido Mattia Gallerani nel libro (pp. 102, euro 15) che inaugura la nuova collana “QuaidesBoompjes” pubblicata da peQuod. “Un racconto poetico – scrive Mimmo Cangiano nella postfazione – di nostalgia, dignità e speranza”.
Perché ha voluto affrontare un tema così importante e, forse, non facile?
«In questi momenti di crisi, senza soluzioni, mi è venuta l’idea di riflettere sui tanti popoli di altre epoche e luoghi geografici, sulla loro storia, e su cosa ci hanno lasciato e insegnato. Le rovine che conosciamo non sono parola morta, i frammenti stimolano il nostro immaginario e parlano a noi. Il legame tra presente a passato è molto importante e la poesia è una delle chiavi, quella più sottile, che ci permette di affrontare questo tempo, dal punto di vista della parola».
Qual è l’obiettivo di questo libro?
«Èdimostrare che oggi il discorso è molto ridotto sulla superficie delle cose. Ciò riguarda anche la poesia, la stessa interiorità che resta ancorata ad un presente, ad uno stato immobile, senza pensare che esiste una materia precedente che ci consente di passare dall’“io” al “noi” collettivo, compresi gli altri che ci hanno preceduto. E che partendo dalle rovine è possibile fare un discorso di poesia contemporanea».
Come si è mosso tra tante civiltà estinte o quasi estinte?
«Il mio lavoro primario è stato sulla storia, sui libri di archeologia. Ho visitato musei archeologici in varie città italiane. Dai singoli oggetti, frammenti recuperati ci viene raccontata, insegnata la storia dei vincitori. Ma da questi musei molto ricchi vediamo che c’è anche una storia dei vinti».
La memoria storica è ancora viva?
«La memoria storica resta viva, ma non come un grande racconto a cui fare riferimento nella nostra quotidianità».
C’è spazio per la cultura degli sconfitti o viene dimenticata? La loro storia è stata raccontata con obiettività?
«Certamente i lavori della ricerca storica ci raccontano anche questo, ma la poesia tenta di dire qualcosa in più, potendo parlare a tutti. Riporta all’attualità la dimensione dei vinti in un racconto veritiero, verosimile, cercando di fare emergere un significato più etico».
C’è consapevolezza dell’eventuale contributo che i vinti hanno portato al progresso? O si pensa che la loro sconfitta si ponga come negazione di civiltà?
«Il libro nasce da un’idea molto materialista: che il progresso è sempre una dialettica, un racconto tra ciò che viene distrutto e ciò che conquista lo spazio. Non si può attribuire al racconto delle vittorie l’idea di progresso senza insistere sul racconto dei vinti».
Perché ha voluto esprimere attraverso la poesia questi temi che vengono restituiti sempre in prosa?
«Sono convinto che la poesia potesse fare un racconto storico, come “continuum”. Una potenzialità dimenticata nella poesia contemporanea. Molto più della prosa, la poesia può espandere il senso del tempo ma anche dell’immaginazione, del valore etico, per la capacità di recuperare parole anche desuete, di insistere sui significati. La prosa resta ancora legata ad un ragionamento, ad un intreccio».
Cosa le piace sottolineare di questi popoli?
«I popoli antichi evidenziano il senso di essere una comunità, la connessione tra salvezza del popolo e salvezza della loro lingua, come nei Longobardi. Ci insegnano che lo sguardo può cambiare nel tempo e trovare altri aspetti, interpretazioni. Ci aiutano a mettere in discussione la storia che ci portiamo dentro».
Che significato assume nel libro il suo unico brano in prosa “Ritorna nel museo di storia naturale”?
«Si immagina uno scenario apocalittico. Quando si fa oggi l’apologia sull’estinzione di varie specie, tra queste ci può essere pure l’uomo. Il pericolo è anche questo. La morte è la fine di tutto». —
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