Gazzetta di Modena

Carpi, Cavallari e la memoria dell’orrore affidata ai disegni di viva realtà realizzati nei lager

Michele Fuoco
Carpi, Cavallari e la memoria dell’orrore affidata ai disegni di viva realtà realizzati nei lager

Le opere dell’artista, scomparso nel 2016, donate al Museo al Deportato di Carpi sono testimonianza di assurda violenza

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CARPI. Portano una testimonianza viva dell’arbitraria violenza dell’uomo sull’uomo e della spietata e insana logica del nazismo i 56 disegni che Alberto Cavallari ha donato, negli anni Ottanta, al Museo Monumento al Deportato Politico e Razziale, con sede nel Palazzo dei Pio a Carpi.

Una formidabile documentazione storica, perché quei disegni l’artista di Bondeno (Ferrara), vissuto dal 1960 a Modena, dove è morto cinque anni fa, all’età di 91 anni, li ha realizzati nei lager tedeschi, dove è stato prigioniero per due anni, dal 1943 al 1945. Osservare quei fogli è come farsi partecipe delle lacerazioni, anche interne, dello spettro della morte che incombe su quelle vite precarie. Ecco un prigioniero ucciso sul filo spinato nel lager di Neubrandemburg il 10 ottobre 1943, nello stesso campo un prigioniero impiccato il 18 novembre 1943, un altro fucilato a Creutzwald il 3 luglio 1944, un ucciso a colpi di pistola a Sarreguemines il 17 ottobre 1944. La rappresentazione è sempre inquietante, assurda perché parla della nullificazione dell’uomo, degli effetti angosciosi di spettacoli pietosi che offre quella varia e dolente umanità, tra cui anche donne e bambini Una intensa visione drammatica offrono i prigionieri colti da pazzia che cercano, anche con la morte volontaria, di riscattare la dignità umana.

Tante pagine di inaudita violenza che l’artista narra con un segno di partecipazione intensa, in quanto di quel calvario fa parte. E’ tra quelle tragiche esistenze destinate con lui ad essere forzati e passivi protagonisti di aberranti brutalità in quei luoghi di morte. La registrazione è in presa diretta, perché Cavallari riesce ad avere dagli aguzzini, pezzi di carta con cui si confezionano i pacchi, inchiostro o qualche penna rudimentale o matita, promettendo loro un ritratto personale, quello di un familiare o di Hitler. L’artista giunge nei lager nel 1943. Era recluta a Bibbiano di Reggio Emilia. Dopo l’armistizio dell’8 settembre viene preso, con altri 100 commilitoni, dai tedeschi e portato a Mantova e quindi in Germania con una tradotta.

Prima tappa a Linz, per poi arrivare al campo di Neubrandemburg che ospita soprattutto russi, polacchi e francesi. Ma il viaggio non si ferma qui. Ad attenderlo sono, nel tempo, il campo di Uttingen, Trier, Creutzwald, Sarreguemines e Limburg. Nelle sue peripezie anche la fuga dal campo di Creutzwald con una sedicenne francese che muore dopo quattro giorni. Arriva in Francia e tra Verdun e Nancy viene ospitato da una famiglia, ma anche rivelata la sua presenza ad una guardia tedesca. Inevitabile il ritorno al lager. Questa volta a Buchenwald, dove viene torturato. Riesce a nascondere nella paglia della baracca la valigia con i disegni che ritroverà dopo l’arrivo degli americani. Un vero miracolo perché quei disegni, di crudo realismo, assumono tutti i caratteri di documento traumatico e puntuale della ferocia, della tremenda e arida vita nell’interno dei lager, di un destino di sopraffazione da sopportare con gli altri, come terribile tragedia individuale e collettiva, ma anche come corale amore di umana solidarietà che supera ogni confine di razza e di classe. Le immagini di linguaggio forte si fanno interpreti del lamento che percorre un periodo di tenebre della nostra storia. —

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