«L’arte mi ha salvato» ma non gli evitò le torture
“L’arte mi ha salvato”, confessa Cavallari. Ma non può sfuggire alle torture, dopo la fuga dal campo di Creutzwald e la cattura. Terribile l’internamento nel lager di Buchenwal, dove non gli è permesso più disegnare e gli vengono strappate le unghie dei piedi. Non si regge in piedi e dimagrirà fino a 38 chili. Arrivano gli americani e viene salvato dal maggiore medico Douglas Vood, ma deve seguirlo nel cammino verso la Francia per essere curato. Ha già percorso una settantina di chilometri, quando Alberto si ricorda di aver lasciato la valigia con i disegni nella baracca di Buchenwald. Gli permettono di ritornare al lager, accompagnato da un soldato in jeep, per recuperare i disegni. La strada del ritorno a casa è ancora lunga. Cavallari è, in aprile, a Epernay sur la Marne (Francia), dove resta per curarsi. Raggiunge Bondeno il 2 novembre 1945. E quei disegni, nati nei tempi degli orrori della guerra diventano la cifra stilistica della futura esperienza di grafico e di pittore, quando Cavallari, tornato nella sua casa di campagna tra le tante umili case del Delta del Po, si trova a contatto, nell’immediato dopoguerra, con donne, uomini e bambini segnati dalla più triste miseria, dalla disperazione . Sembrano così risorgere i demoni di ieri, mai sopiti, in quei personaggi della sua terra. Così la sua opera si impone di nuovo come esemplare materia documentaria del disagio dell’uomo. E ciò viene evidenziato, nel 1974 dalla mostra “Dai lager tedeschi al delta del Po” alla Pinacoteca di Modena e il Palazzo dei Diamanti di Ferrara”. —
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