Mitologia della giovinezza nell’opera provocatoria di Pier Vittorio Tondelli
Lo scrittore emiliano rivive nell’analisi profonda di Olga Campofreda tra l’affermarsi dell’individuo e una società omologata
Gioacchino Toni
Nonostante siano ormai passati alcuni decenni dalla scomparsa dello scrittore Pier Vittorio Tondelli, la sua opera, oltre che letta, continua ad essere studiata, come dimostra l’uscita in questi gironi del volume “Dalla generazione all’individuo” (Mimesis 2020) di Olga Campofreda, docente presso l’Istituto Italiano di Cultura di Londra, dedicato alla produzione del correggese.
Quella di Tondelli è una scrittura che, ricorrendo a un linguaggio scandaloso e provocante, attua un’evidente rottura nei confronti dei codici letterari tradizionali, così come di rottura sono i personaggi che abitano le sue narrazioni: emarginati che «rifiutano l’integrazione come prospettiva» e che dunque si pongono al di là del tradizionale romanzo di formazione che segue il percorso di crescita dei giovani protagonisti sino alle soglie dell’età adulta coincidente con l’integrazione sociale.
I personaggi dell’emiliano rifiutano invece tale «sviluppo programmato» ed è soprattutto in ciò che risultano scandalosi. «Da un lato Tondelli dipinge l’omologazione, a cui ascrive il mondo degli adulti, perfettamente integrati socialmente, dall’altro posiziona le libertà individuali rappresentate dagli emarginati e dai diversi che rifiutano di abbracciare i valori borghesi», afferma Campofreda.
L’accesso agli inediti – Jungen Werther/Esecuzioni e Appunti per un intervento teatrale sulla condizione giovanile –, riprodotti in coda al volume e custoditi presso il “Centro documentazione Tondelli” di Correggio, stesi tra il 1978 e il 1979, si è rivelato fondamentale per ricostruire l’evoluzione della sua «mitologia della giovinezza».
In particolare, nel primo frammento, secondo la studiosa, è possibile individuare «il legame di Tondelli con l’immaginario romantico, secondo cui l’atto del suicidio si afferma come forma di protesta nei confronti delle norme sociali stabilite». I personaggi che ritroviamo in questa performance sono il preludio agli emarginati sociali che ritroviamo in Altri libertini del 1980 e in Pao Pao del 1982.
Campofreda invita a vedere nella giovinezza che attraversa l’opera tondelliana uno status che difende nella sua diversità chi non è entrato nella vita adulta accettandone le leggi, una giovinezza come forma di ribellione culturale per ovviare alla disfatta degli eroi romantici. La studiosa ritiene che lo scrittore crei i suoi personaggi miscelando l’ideale romantico con quello della Beat Generation e della controcultura. «La rappresentazione della giovinezza coincide nel romanzo d’esordio con quella di un mondo di emarginati che vivono oltre i confini della società borghese fondata principalmente sul concetto di omologazione e su valori eteronormativi».
Anche se non fanno politica in modo diretto, i giovani libertini di Tondelli attuano a loro modo un radicale rifiuto del mondo che li circonda. «Nei primi racconti e nel secondo romanzo», continua Campofreda, «la giovinezza incarna un dissenso culturale prima ancora che politico e la sua rappresentazione rifugge l’idea di maturazione dove maturità è sinonimo di integrazione e compromesso».
L’idea della giovinezza come status «non soggetto a evoluzione», rintracciabile nella prima produzione del correggese, trova un momento di svolta a metà degli anni Ottanta nel romanzo Rimini, ove, parallelamente alla vicenda principale narrata, si sviluppa la storia della giovanissima Claudia, un personaggio sino ad ora, lamenta la studiosa, forse non sufficientemente approfondito dalla critica. L’incontro tra la ragazzina tedesca che, quasi a volersi sottrarre dal futuro convenzionale che l’aspetta, decide di scomparire dalla circolazione, e la sorella, che la rintraccia a Fiabilandia, permetterà a Claudia, per certi versi «l’ultima libertina» tondelliana, di «uscire dalla propria generazione» “ricostruendosi” nel racconto.
Dopo quest’opera lo scrittore emiliano sembra «in cerca di una soluzione letteraria che riesca a rappresentare le diversità dei singoli senza cedere al compromesso della normativizzazione o al completo rifiuto sociale»; è da questa riflessione che deriva, sul finire degli anni Ottanta, il romanzo Camere separate.
Il titolo del volume – Dalla generazione all’individuo – sintetizza per certi versi perfettamente il suo contenuto: in esso è infatti possibile individuare tanto un’allusione al processo di “costruzione” identitaria di un individuo, quanto il passaggio da una pluralità a una singolarità, un’uscita dei personaggi, e con essi dello scrittore stesso, dall’abbraccio, per certi versi asfissiante, della generazione del suo tempo. —
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