Gazzetta di Modena

La passione per la scultura del “frate operaio” padre Romano era anche un bravo artista

Michele Fuoco
La passione per la scultura del “frate operaio” padre Romano era anche un bravo artista

Il religioso, recentemente scomparso all’età di 77 anni, ha lasciato un segno anche nella mondo dell’arte 

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IL RICORDO

Michele Fuoco

Padre Romano Volpari, scomparso di recente all’età di 77 anni, lascia il segno anche nel mondo dell’arte. Si è posto l’accento sulla sua attenzione, con azioni concrete, ai più deboli, agli emarginati. La sua dedizione agli altri, agli umili, è stata straordinaria, mettendo in pratica il Vangelo e l’insegnamento di San Francesco, Quell’abito del poverello di Assisi era la sua pelle, anche quando non lo indossava. Ammirevole il suo operato alla Cittadella e negli ultimi anni a San Pancrazio, ma pure come rettore del Santuario Madonna del Murazzo. Non era privo di spirito battagliero. “Ecco allora espropriare gli ambienti della polisportiva della Cittadella per farne un grosso dormitorio per i primi extracomunitari in arrivo a Modena; organizzare il mercatino dell’usato e poi dare corpo all’idea di formare una cooperativa di servizio “Ritrova – Fratelli Francescani”. E’ quanto nota il cugino Giancarlo Volpari che ha voluto curare e pubblicare in luglio scorso, con il prezioso aiuto del fotografo Adriano Carafòli, un ricco catalogo che raccoglie le sculture di padre Romano esposte, in più occasioni, al Centro Studi Muratori di Modena e nelle mostre, in altre città, del Circolo degli Artisti, curate da Giancarlo Corrado. La sua arte, praticata soprattutto dalle 23 alle 2 della notte, è fatta di creta, una materia povera che rispecchia l’umile coscienza dell’essere interiore dell’autore e si pone come umile nostalgia per la purezza delle cose. Padre Romano non dimentica mai di essere francescano e, quindi, di essere vicino all’uomo per essere più vicino a Dio. Così registra nelle sue terrecotte, soprattutto a bassorilievo, gesti di affezione dell’educatore verso gli allievi, ma pure la tenerezza con cui la Madonna bacia il suo bambino, la Sacra famiglia nella naturalezza delle azioni, degli sguardi di una normale quotidianità. Circola un senso di dolcezza e di tenere affettuosità nella Casa di Nazareth. Numerosi i presepi, tra cui quelli del Museo di Villanova. Piace a Volpari raccontare episodi della Bibbia (Giuseppe venduto dai fratelli, il sogno del faraone…) e del Vangelo, i misteri del Rosario, i miracoli di San Antonio. Venticinque formelle sono dedicate a padre Lino Maupas, apostolo di carità, nato nel 1866 a Spalato e morto nel 1924 a Parma (le opere sono custodite nella chiesa della Santissima Annunziata) dove ha operato a favore degli indigenti, degli esclusi. L’argilla è materia espressiva più aderente a determinare un’opera dal tono colloquiale, pacato e sereno. E la visione positiva di padre Romano si manifesta nell’Annunciazione, nella visita di Maria ad Elisabetta, in Gesù tra i dottori del Tempio.

Ma l’arte è anche denuncia dell’indifferenza, della violenza, come evidenziano San Bartolomeo Martire e Santa Caterina d’Alessandria, nonché un destino di morte assurda che Gesù avverte già da bambino.

Ogni terracotta, talvolta colorata, verniciata o ceramicata, vuole essere conoscenza dell’uomo: dalla donna incinta al saggio, da Giovanni Paolo II a Ciro Menotti e a figure mitologiche: Perseo e la Medusa, Apollo e Dafne, Atlante, Centauro morente, Sfinge, Sirena. A padre Romano non sfuggono “tipi” umani, di cui si fa interprete, delineando con ludica carica umoristica personaggi politici (Fanfani, De Mita, Forlani, Giovanni Spadolini, Nilde Iotti). Non c’è dissacrazione satirica, ma una giocosa benevolenza nel guardare il mondo. La rappresentazione è affettuosa, genuina, sincera e generosa nelle maschere della commedia dell’arte.

E’ errato sostenere che la sua sia una scultura naive, perché a Volpari è familiare una notevole memoria culturale e una consapevole capacità di orientamento tra i movimenti artistici. Non si è formato in un istituto d’arte, né in accademia. Ma con la sua sensibilità sottile non si è sottratto a contemplare la grande arte del passato. E ciò gli è stato possibile grazie agli studi presso i francescani di Bologna, all’attività sacerdotale a Ravenna, luogo di meraviglie dell’arte bizantina, a Faenza con il suo Museo della ceramica, e a Modena, capitale del romanico e custode delle meravigliose terrecotte di Guido Mazzoni e Antonio Begarelli. E non mancano citazioni colte: L’Ultima Cena di Leonardo, “Il quarto Stato” di Pellizza da Volpedo, opera di impegno sociale che richiama la sua condizione di “prete operaio”. Tante le opere in collezioni private, ma altrettante in luoghi pubblici, tra cui: chiesa di S. Antonio di Padova e foyer del Teatro in Cittadella, piazza S. Bartolomeo a Pavullo, chiesa di S. Michele a Gombola, della Beata Vergine del Paradiso a Faenza, di San Pier Damiano a Ravenna, cappella di famiglia a Faeto di Prignano, Biblioteca a Serramazzoni. —

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