Gazzetta di Modena

Adele Grisendi racconta quel grande amore per Giampaolo Pansa uomo controcorrente

Michele Fuoco
Adele Grisendi racconta quel grande amore per Giampaolo Pansa uomo controcorrente

La compagna del celebre giornalista racconta la loro storia attraversando il rapporto personale e le battaglie del consorte 

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recensione

Michele Fuoco

Un libro da leggere, non da spiegare attraverso una recensione, è “La mia vita con Giampaolo Pansa” (Rizzoli) di Adele Grisendi che narra una storia, la sua e quella del marito, di ricchezza di fatti, sostenuta dall’amore. «Una storia d’amore intensa ed esclusiva. Per trent’anni ci siamo donati – scrive l’autrice - l’uno all’altra con fiducia assoluta, senza negarci nulla di quel che eravamo. Ci siamo protetti sempre. E amati con gioia, con ottimismo e allegria, godendo ogni attimo che il Padreterno ci regalava, divertendoci come ragazzi senza età». È il miracolo dell’amore, capace di procurare sogni, piacere e timori, di vivere entro stimoli, desideri anche sotterranei, complicità non solo sentimentali. E l’amore, quando si è veramente innamorati, lo si vuole innalzare al cielo e farlo conoscere agli altri. Non importa essere ventenni o trentenni. L’amore è uno stato di reciproca compenetrazione della dimensione dell’anima. E la scintilla tra i due è scoppiata nel 1989, quando Giampaolo, giornalista, aveva superato i 50 anni e Adele, dirigente della Cgil, i 40, che rivela “insieme siamo diventati grandi, nel senso che siamo cresciuti e migliorati”.

Forte il desiderio di scrivere insieme la loro storia, ma il giornalismo per Pansa era un impegno continuo, non concedeva soste. Ci ha pensato la Grisendi che, ad un anno e pochi mesi dalla scomparsa di Giampaolo, racconta quel forte sentimento che li univa, accompagnato da un profondissimo rispetto. Un amore immenso che solo 414 pagine possono, forse, contenere, con un racconto di immediatezza che va dritto al cuore. Anche perché le vicende affettive si intrecciano con quelle professionali, in particolare di Pansa, autore di libri (Il sangue dei vinti, La Grande Bugia, I Gendarmi della Memoria, I tre inverni della paura, Il revisionista, I vinti non dimenticano…), in cui affronta le stagioni più dure della guerra civile italiana e dell’interminabile dopoguerra. Una acuta indagine sulla Resistenza e sulle sue tante zone d’ombra, sulle atrocità realizzate, oltre il 25 aprile. «Tedeschi, fascisti e partigiani – dice - combattono con obiettivi diversi, ma compiono le stesse atrocità». Accade anche in terra emiliana, con le vittime del dopoguerra che emergono dalle fosse segrete. E tra queste vittime il poeta Edgardo Marani, portato via da uomini armati, il 27 aprile 1945, dalla sua casa a Fabbrico (Reggio Emilia), dove era stato vice podestà. Il figlio Francesco allora “spettatore” quindicenne, che sarà avvocato e docente a Modena nella stessa università in cui si era laureato, porterà con sé un ricordo indelebile e un dolore sempre vivo. E nel 2006 ha scritto il romanzo “La casa dei due podestà”, una storia vera che Pansa ha ripreso nei suoi libri. Tra il giornalista e il professore si è stabilito un rapporto di stima. E nel volume della Grisendi viene riportata, in parte, una lettera-documento di Marani indirizzata all’illustre amico, di cui apprezza «la buona battaglia, la coerenza, il coraggio, l’ostinazione a sostenerla… la sua esigenza morale di perseguire sempre la verità». Le sue ricostruzioni controcorrente di un’epoca feroce, nate da lunghi anni di ricerca, hanno costituito verità scomode, hanno dato fastidio soprattutto a suoi colleghi. «Giampaolo è stato messo al bando dai suoi vecchi giornali e ha dovuto cambiare senza rinunciare alle sue idee. Ma la serenità non è mai venuta meno», rivela la Grisendi, che si definisce «una comunista sofferente». C’è spazio nel libro per la vita privata, per «quei miei tanti gesti silenziosi e riconoscenti con cui gli dicevo: “Ti amo infinitamente”». —

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