I Golden Globes in era Covid destinati a fare la storia nel segno dell'inclusione
«Nomandland» di Zhao miglior film e va verso l’Oscar Netflix vince con La regina degli Scacchi e Schitt's Creek
la cerimonia
Alessandra Baldini
NEW YORK I Golden Globes fanno storia all'insegna dell'inclusione mentre «Nomandland», con i premi per il miglior film e per la migliore regia, si apre la strada verso gli Oscar. Chloe Zhao è prima donna regista premiata dalla Hollywood Foreign Press in 37 anni dopo Barbra Streisand di «Yentl». Leone d'oro a Venezia, il suo film ha trionfato nel corso di una serata «bicoastal» e quasi tutta virtuale che ha sofferto molto a causa della «Zoom fatigue». Ai premi c'è stato un pezzo di Italia: «Io Sì/Seen» di Laura Pausini ha vinto per la miglior canzone originale. Musica creata in Italia ha accompagnato del resto due dei film al centro della serata: Ludovico Einaudi ha firmato sia quelle di «Nomadland» che di «The Father» di Florian Zeller. Non ce l'ha fatta invece «La vita davanti a sè» di Edoardo Ponti, battuto tra i migliori film stranieri da «Minari», una produzione in realtà tutta a stelle e strisce, ma che non è entrata nella rosa dei film migliori perchè per più della metà è parlato in coreano. Polemiche avevano preceduto la serata. Accettando i premi per miglior film comico e miglior attore in «Borat Due» Sacha Baron Cohen ha lanciato una frecciata alla Hollywood Foreign Press, i cui 87 membri non includono - ha scoperto la scorsa settimana il Los Angeles Times - un solo giornalista di colore: «Grazie alla giuria tutta bianca». Accettando il premio Cecil B. DeMille alla carriera, Jane Fonda ha rincarato la dose: «C'è una storia che abbiamo paura di vedere su noi stessi. Una storia su quali voci vogliamo elevare e quali mettere a tacere, di chi ha un posto a tavola e chi resta fuori dalle decisioni». Forse per riparare alla crisi di immagine, la Hfpa ha assegnato a due attori neri, Daniel Kaluuya e John Boyega, i primi due premi della serata. Scontato il riconoscimento postumo a Chadwick Boseman, la cui interpretazione in «Ma Rainey Black Bottom» era stata l'ultima della carriera. Poche sorprese: oltre all'esordiente Andra Day per «United States vs. Billie Holiday», Rosamund Pike ha vinto per «I Care a Lot» battendo Maria Bakalova, la giovanissima co-star di «Borat» e Carey Mulligan («Promising Young Woman). Escluso anche «Mank» di David Fincher, a mani vuote nonostante sei candidature, e Olivia Colman che finora aveva vinto ogni Globe per cui era stata candidata: ne aveva due in pista, per «The Father» e «The Crown». I premi della Hfpa hanno di solito scarsa influenza sugli Oscar per via del calendario delle votazioni. Stavolta, a causa della pandemia, l'Academy comincerà a votare il 15 marzo ed è verosimile che i Globi di ieri abbiano più peso del solito. La Hollywood Foreign Press ne assegna ogni anno 25 per il cinema e per la tv. «The Crown» ne ha vinti quattro come migliore serie drammatica e per le interpretazioni di Emma Corrin, Josh ÒConnor e Gillian Anderson (Diana, Carlo e Margaret Thatcher). Netflix, che ha portato lo show di Peter Morgan sul piccolo schermo, aveva collezionato 42 nomination e ne ha incassate 10 tra cui un paio per la «Regina degli Scacchi». In parte di Netflix è anche il successo di «Schitt's Creek»: la serie canadese di Daniel Levy che aveva fatto man bassa agli Emmy è stata premiata come migliore dell'anno e per l'interpretazione di Catherine ÒHara. —
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