Gazzetta di Modena

INTERVISTA 

Marcolini a Casa Sanremo «Emozioni e l’orgoglio di presentare il mio singolo»

ELENA PELLONI
Marcolini a Casa Sanremo «Emozioni e l’orgoglio di presentare il mio singolo»

Il musicista, insegnante a Frassinoro e metalmeccanico ha guadagnato il diritto a una doppia esibizione al Live Box

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ELENA PELLONI

È arrivato fino a Casa Sanremo per una doppia esibizione, Marco Marcolini. A Frassinoro, dove abita, rappresenta un baluardo del mondo della musica. Musicista, cantautore, compositore e insegnante. Avventuriero e appassionato, ha fatto transitare per la Scuola di Musica di Frassinoro, della quale è direttore, i grandi nomi del rock: Massimo Varini (grande chitarrista e suo maestro), Ricky Portera (chitarrista di Lucio Dalla), Luciano Galloni (batterista di Nek), Claudio Golinelli e Maurizio Solieri (rispettivamente bassista e chitarrista di Vasco), Rigo Righetti (chitarrista di Ligabue).

Marco, come sei arrivato a Casa Sanremo e a guadagnarti due esibizioni?

«Devo ammettere che è stata una bella sorpresa, in effetti. Soprattutto dopo un anno impegnativo come questo. Ho partecipato alle selezioni per l’evento ufficiale di Casa Sanremo, ovvero Live box. E poi per la vetrina di Casa Sanremo. In entrambi i casi le selezioni sono state fatte online. Sono stato scelto tra oltre 3mila artisti. Eravamo in 70 ad esibirci».

Hai portato “Come lacrime”, un inedito scritto e composto da te.

«Esatto. Si tratta di un brano che ho iniziato a comporre circa dieci anni fa. L’ho registrata quest’anno assieme alla mia band presso lo studio Esagono di Rubiera. Ma a Sanremo ero solo per le misure».

Di cosa parla?

«Parla delle lacrime, come parte vera e tangibile dell’emozione, bella o brutta. Si può piangere per tristezza o per gioia. Esse rappresentano in ogni caso la parte più bella dei sentimenti. Ma ancora più belle, almeno per me, sono le lacrime di Dio. Un concetto di purezza e misericordia che va oltre. E in questo senso, l’associazione delle lacrime alla pioggia mi è sembrata perfetta. Per me il freddo di novembre è un momento magico».

Il sogno nel cassetto post Sanremo?

«Non sarebbe male raccontare questa storia, la mia, per quanto umile, sul palco dell’Ariston».

Vuoi condividerne una piccola fetta?

«Non l’ho raccontata quasi mai. Comunque per me la musica non è stata una traiettoria sempre dritta. Ci sono stati molti momenti bui, tanto che in diverse occasioni ho cercato di buttarla via. Ma non ce l’ho fatta, perché per me la musica è come respirare. Dividevo le mie giornate tra il lavoro e lo studio. Trascorrevo otto ore in officina come metalmeccanico, poi tre volte a settimana andavo al conservatorio. Mi sono diplomato così e non nascondo che questa difficoltà ha tracciato dei solchi, anche profondi. Come delle cicatrici, alle quali mi sono dovuto dedicare con cura per farle rimarginare. Ma questa è la forza della musica che a volte è anche una dannazione. Questa irrefrenabile passione mi ha portato ai grandi nomi del rock, come Ligabue o Diego Spagnoli. Per questo consiglio spesso ai ragazzi che hanno le possibilità di dedicarsi solamente allo studio della musica di non sprecare questa occasione».

Oltre che musicista, sei anche direttore e insegnante della Casa della musica di Frassinoro.

«Mi piace proprio stare con i ragazzi e trasmettere loro la passione per la musica. Penso che in contesti come i nostri, specialmente in montagna, la musica sia un modo per sopravvivere. Chi insegna i primi approcci musicali ai ragazzi deve ricordarsi di trasmettere innanzitutto la propria passione. L’amore per la musica viene prima della tecnica». Sei musicista, insegnante e metalmeccanico. E nonostante tutto, trovi comunque il modo di arrivare a Sanremo. Molti si dedicano solo alla musica.

«Ma beati loro (sorride)! A me va benissimo così e non mi lamento».

Pensi che fare un altro lavoro ti dia la spinta per mantenere viva la passione per la musica?

«Per me assolutamente. Ogni volta che vado a lavorare so che lo faccio in primis per la mia famiglia. E poi quando mi dedico alla musica lo faccio per me, per i miei ragazzi. È un modo per mantenerla libera». —

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