Gazzetta di Modena

«Il mio racconto silenzioso in un tempo nefasto senza più alcun desiderio»

Michele Fuoco
«Il mio racconto silenzioso in un tempo nefasto senza più alcun desiderio»

A Palazzo Barberini di Roma le immagini di Olivo Barbieri e di altri undici maestri Il fotografo carpigiano propone particolari della Camera degli Sposi del Mantegna 

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INTERVISTa

Michele Fuoco

Tra i 12 racconti di altrettanti fotografi italiani (Biasiucci, Camporesi, Cresci, De Pietri, Ferretti, Guidi, Jemolo, Jodice, Martin, Niedermayr e Tatge) selezionati per la mostra “Italia in-attesa” a Palazzo Barberini a Roma, non poteva mancare quello di Olivo Barbieri. Originali le sue immagini che rimandano agli affreschi della Camera degli Sposi o Camera Picta di Andrea Mantegna (1431-1506), nel Castello di San Giorgio a Mantova. “La Camera Picta è una macchina – spiega l’artista carpigiano - per pensare il mondo, senza dover essere nel mondo. Oltre 500 anni fa il maestro ha avuto l’idea che rispecchia ciò che si fa oggi con il virtuale: avere un interno che potesse far vedere l’esterno, compreso il cielo. La stanza offre una installazione visiva tridimensionale in cui esterno-interno passato e futuro dialogano”.

Quali particolari ha scelto?

«Tre le immagini: la prima è una mano che indica un cavallo come mezzo di trasporto del tempo; la seconda, che pare una pittura del ‘900, raffigura una bambina che tiene la mano della madre, e così, di seguito, altre figure che formano un cerchio, come in un gioco: richiama la difficoltà, in questo periodo, di avere normali rapporti tra noi. E la cosa più terribile ora è che una bimba non possa toccare il nonno. Nella terza immagine torna il cerchio costruito dal Mantegna con il cielo che offre l’idea di un viaggio, non sulla terra ma nello spazio, su altri pianeti. C’è, inoltre, una donna di colore, delle stesse dimensioni di altri personaggi a cui viene data la stessa dignità, che può ricordare il dibattito sulla donna, ancora molto vivo in Occidente. È un racconto silenzioso che rimanda alla storia silenziosa del mio film girato, nel 2004, sorvolando Shanghai. In questo mio progetto c’è anche il ricordo di “un tempo senza alcun più desiderio” del poeta giapponese Masaoka Shiki».

Lei ha fotografato 50 città dall’alto, invece ora ha ripreso le immagini dal basso?

«Si è ribaltato lo sguardo. E’ una nuova visione. Prima guardavo dal cielo, ora è il cielo che ci guarda. Questa operazione mi ha portato ai miei meccanismi iniziali di ripresa. Ho pensato anche di mettermi più in alto, ma ciò rompeva lo sguardo già precostituito della prospettiva, con il rischio di offrire una immagine spezzettata».

Chi ha contribuito alla sua cultura visiva?

«Quando ho cominciato ad occuparmi di arte, pensavo più alla scrittura che all’immagine. A proposito delle avanguardie, uno scrittore sosteneva, negli anni 50, pensando al surrealismo e al dadaismo, che la scrittura fosse in ritardo di mezzo secolo sulle arti figurative. Adesso le arti figurative sono rimaste indietro rispetto ad altri meccanismi di narrazione e di rappresentazione, perché si rifanno a modelli vecchi di 100 anni. Tutte le più importanti teorie sull’immagine sono state scritte prima del 1920. Da allora non è accaduto più nulla, a parte quel lampo di luce che ha dato Marshall Mc Luhan, negli anni ’60, sull’immagine inserita nei meccanismi di comunicazione di massa. Da un secolo si continua a decantare il pensiero di Benjamin e Duchamp. L’arte è in difficoltà in questo momento, perché non illuminata da un altro pensiero. Siamo pieni di immagini ma manca la capacità di lettura. Siamo attratti da esse ma le subiamo senza sapere il perché. Nessuno sa leggere le immagini, in quanto manca lo strumento per farlo. Non è stata codificata una metodologia per renderle compressibili».

In che modo ha influito la lezione di Ghirri?

«Ghirri è stato un amico e ci siamo frequentati per circa cinque anni. Un’esperienza importante, perché ho imparato sul campo. In quegli anni c’era la possibilità di studiare come si poteva costruire un pensiero con la fotografia. Ghirri è stato un modello di vita a cui ho guardato per costruire una mostra, un libro, confrontarsi con un editore, un museo. E’ la sua fiducia nella fotografia a colori che quelli della mia generazione hanno portato avanti».

Quanto ha influito sul suo lavoro il clima del territorio con tanti bravi fotografi?

«È stato per me fondamentale ma anche difficile, perché a Modena c’erano dei colossi, come Ghirri, Franco Fontana, Franco Vaccari. In Emilia c’era pure Guido Guidi. Hanno esercitato una resistenza perché la fotografia non era riconosciuta come forma d’arte. Davano una certa sicurezza, una fiducia anche a me. Con tutti ho avuto buoni rapporti. Importante allora l’attività della Galleria Civica, dove ho visto Man Ray e altri maestri. Il clima di apertura, al tempo della direzione di Teodoro, mi ha permesso di fare la prima personale nel 1978».

Oltre alla fotografia, cosa coltiva?

«Cerco di leggere quei libri accatastati in un angolo dello studio. Si tratta di saggistica contemporanea, su cosa faremo dell’uso della cultura e dell’arte nei prossimi anni. Adesso è crisi. C’era anche prima del Covid, con un eccesso di rappresentazioni e manifestazioni ripetitive e poco innovative. Questo periodo tremendo è pure di riflessione, ma c’è gente che ha scritto cose orribili. Non sempre giova avere tempo a disposizione».

Quale cultura straniera le è più cara?

«Prima ero influenzato da quella francese, da un tipo di letteratura cara a Roland Barthes. L’altra cultura è americana, con William Burroughs legato alla Beat Generation, Moholy-Nagy, Man Ray e Andy Warhol».

Come vive questa pandemia? Ha nuovi progetti?

«Per qualche collega la pandemia ha dato la possibilità di fermarsi un po’. Per me è un periodo nefasto, frustrante. Mi manca il movimento fisico nel mondo, per vedere mostre, incontrare amici. E’ una pausa per poter leggere di più e rivedere l’archivio. C’è tanto materiale da mettere a posto. Sono oltre 40 anni di lavoro, con cinque volte alla Biennale di Venezia. Avrei dei progetti ma sono sospesi. Per realizzarli è un problema, perché non si può andare in giro, viaggiare. Si pensa di essere liberi a giugno. Ma…». —© RIPRODUZIONE RISERVATA



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