Gazzetta di Modena

IL LIBRO 

Con Mariadonata Villa, la poesia illumina le cose e dialoga con il mistero

Michele Fuoco
Con Mariadonata Villa, la poesia illumina le cose e dialoga con il mistero

Confronto con i versi del Premio Nobel Seamus Heaney. in una sorta di viaggio dell’uomo verso la conoscenza

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INTERVISTA

Michele Fuoco

Un omaggio esplicito e un confronto con la poesia del Premio Nobel Seamus Heaney vuole essere il libro “Verso Fogland” (Edizioni Minerva) di Mariadonata Villa, giovane di talento che scrive per riviste e pubblicazioni on-line e collabora con artisti e videomaker alla realizzazione di opere ibride e collettive. “Celebri – dice - i cicli di poemi intorno alla poesia “Bogland“ del Nobel irlandese, dove la torbiera, che conserva inalterate le cose nei secoli, diventa macchina del tempo. Mi sono lasciata provocare da queste immagini ed è venuta fuori l’immagine della nebbia, caratteristica dei nostri luoghi. Proibisce la visione,ma ci costringe a guardare, tutti i giorni, quello che abbiamo vicino e, di solito, non vediamo. Un viaggio verso la conoscenza delle cose più in profondità. La mia raccolta poetica è pure un omaggio alla lingua inglese che è una delle due mie anime,perché traduco molta poesia anglofona e ascolto tanta musica inglese”.

Il libro inizia con la mappa di Bedolina, in Val Camonica: una incisione rupestre che indica un territorio risalenteall’Età del Ferro. Sull’orlo della mappa un esperto di scritture terrestri.

Che significato assume questa presenza?

«Ho conosciuto la mappa da una fotografia. E’ la più antica rappresentazione di paesaggio in Occidente, con un uomo sul bordo che guarda, studia la terra. E’ come millenni di storia fossero condensati in quel momento».

Perché l’esigenza di nominare le cose e di rappresentarle?

«Credo che ciò sia una necessità innata dell’essere umano. C’è il bisogno anche di mappare la lingua, alla ricerca dei confini che non conosciamo. Da qui l’esigenza di dare nome a volti umani e a luoghi che si pongono in dialogo con chi li guarda e li legge. Sono molto affezionata alle categorie dell’epifania, come la intendevano gli antichi greci: irruzione improvvisa di qualcosa di sacro nella trama di tutti i giorni».

Lei sostiene che il tentativo della poesia è quello di farsi cartografia dell’esistente…

«La poesia ha il compito di illuminare le cose senza esaurirne il mistero, l’alterità. Però a volte getta luce su aspetti del reale.È come mappare un territorio, per lasciarne il segno».

Numerosi i riferimenti ad artisti, come Caravaggio, Giacometti, Rodin, ma anche Luigi Ghirri “per la disciplina dellosguardo”. E’ importante lo sguardo per un poeta?

«È tutto. La differenza tra un poeta e non poeta consiste nella visione, prima che nella cultura. Il nucleo della poesia parte dalvedere. Noi conosciamo perché immaginiamo. Quando sentiamo una parola ne facciamo un’immagine. Il cervello funziona per immagini. Ora che i bambini non riescono ad immaginare, per il bombardamento di immagini, occorre trovare qualcosa».

Lei parla dell’uomo che vive un lungo inverno. Ma non rinuncia ad una piccola speranza…

«È difficile decidere cosa pesa di più nella nostra esistenza di luci e ombre, gioie e dolori. Per affrontarla in maniera non folle, ma abbastanza realistica, non senza fiducia nel futuro, occorre rivolgere lo sguardo anche al male, con il coraggio di vederlo e riconoscerlo per non dimenticarlo. Non ne siamo fuori. Anche gli orrori sono stati commessi da esseri umani».

Come si fa ad essere vicino alla poesia?

«Non bisogna pensare che la poesia sia un luogo per iniziati. E in ciò hanno tanta colpa gli stessi poeti perché non hanno offerto le cose in maniera riconoscibile. Il che non significa togliere profondità alla poesia. Non si tratta di impoverire il linguaggio, come fanno anche poeti famosi. Il lettore deve cominciare a dare credito al proprio sguardo sulle cose. Se ritienedi non capirla, non deve credere di essere inadeguato a leggerla. Con la poesia si vive meglio, anche per riconquistare ilrapporto con le parole vive. Non credo alla sua democratizzazione, ma nemmeno ai circoli. La poesia va intesa come canto, apertura». —

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