Francesco le Foche: «Sì, io sono ottimista sconfiggeremo il Covid»
L’immunologo ci spiega come i progressi della scienza ci faranno vincere la battaglia Il suo libro in omaggio giovedì 25 marzo con la Gazzetta di Modena
Non ha mai smesso di essere ottimista, mentre il mondo sembrava sprofondare sempre di più nel buio della pandemia. E lo ha fatto anche dagli schermi della tv, dove da anni – ancora prima dell’emergenza Covid – viene chiamato in numerose trasmissioni in virtù della sua più che trentennale esperienza di allergologo-immunologo. Ora il professor Francesco Le Foche, 64 anni, medico al Policlinico Umberto I di Roma, ha portato il suo realismo-ottimismo nel libro “Sì, andrà tutto bene. Ecco perché il Covid-19 sarà sconfitto”, scritto con Giancarlo Dotto e la cui prima edizione cartacea verrà regalata domani (25 marzo) con questo giornale e gli altri quotidiani del Gruppo Sae.
Professor Le Foche, perché questo libro?
«Con Giancarlo Dotto, amico e scrittore, ci siamo ritrovati spesso a parlare della pandemia fin dall’inizio. Così abbiamo raccolto le nostre conversazioni nel libro, che nasce come un vademecum con un chiaro intento: fare un servizio utile alle persone, per aiutarle a capire meglio una condizione che ha colpito tutto il pianeta e ha generato un enorme disagio economico, sociale e di sanità pubblica».
Dopo un anno dallo scoppio della pandemia, è ancora ottimista?
«Sì, oggi più che mai».
Perché?
«Perché indipendentemente dai contagi che stanno mettendo ancora sotto pressione il sistema sanitario nazionale, oggi abbiamo le armi per uscire da questa situazione».
Quali sono?
«Innanzitutto i vaccini, che sono importantissimi. Dobbiamo riuscire a mettere in campo quello che ha fatto Israele e stanno facendo la Gran Bretagna e gli Stati Uniti d’America. Cioè vaccinare. In pochissimo tempo la scienza ci ha dato le armi per superare la pandemia, ora sta a noi usarle e usarle il più rapidamente possibile».
Oltre ai vaccini, oggi che cosa abbiamo?
«La terapia con gli anticorpi monoclonali, avviata proprio in questi giorni in diverse regioni per pazienti nella fase iniziale di malattia che non necessitano di ricovero in ospedale, ma con particolari condizioni di aumentato rischio di peggioramento clinico. Si è infatti accertato che gli anticorpi monoclonali sono molto utili nelle prime fasi perché sono neutralizzanti, ovvero azzerano quasi del tutto la capacità del virus d’infettare altre cellule. In pratica, bloccano la malattia purché assunti nelle primissime fasi, com’è successo alcuni mesi fa per l’ex presidente degli Stati Uniti Trump. Là attualmente questa terapia viene mandata direttamente a casa dei pazienti, come mi ha appena riferito un collega».
Ma la pandemia sta colpendo l’Italia ancora forte, dopo oltre un anno.
«Ci siamo ancora dentro tutti, non solo l’Italia. Nel libro riporto quanto scrisse lo storico ateniese Tucidide, oltre quattrocento anni prima di Cristo, della peste che colpì Atene durante la guerra del Peloponneso: “Le pandemie ti prendono di sorpresa e lasciano un’umanità smarrita”. Oggi noi sembriamo un’umanità smarrita e ci chiediamo se ce la faremo o no. Io sono convinto che ce la faremo, la scienza ci porterà fuori dal tunnel. Ma non sarà come prima, o almeno non dovrà essere tutto come prima».
In che senso?
«Chiusa la partita con questo virus, dovremo ripensare una nuova normalità. A cominciare dai nostri comportamenti fino al rimodellamento architettonico degli spazi urbani con un’attenzione maggiormente rivolta agli esterni, al fine di favorire la vita all’aperto, evitando situazioni di promiscuità eccessiva. Dovremo, soprattutto, evitare la “caosressia” sociale, un neologismo che ho inventato nel libro per definire i contesti in cui i contatti sociali non tengono conto della misura. Non dovremo abbassare la guardia. È verosimile che altri virus verranno a minacciarci, non so quanto aggressivi o letali, ma verranno. Nella nuova normalità, credo, non ci sarà spazio per le ammucchiate euforiche, per le folle negli stadi, nelle piazze e nei concerti. Dovremo abituarci a una condivisione delle emozioni che tenga conto della salute pubblica. Quanto alla sanità pubblica italiana, poi, spero che la pandemia diventi una lezione utile per cambiare completamente rotta».
Cosa va cambiato nel nostro sistema sanitario?
«Dovremo avere una sanità che rispetti il territorio e le persone che stanno in quel territorio. In 25 anni non solo non abbiamo investito sul territorio, ma lo abbiamo depauperato. La nostra organizzazione ospedalocentrica ha mostrato tutte le sue falle proprio nella pandemia, quando bisognava agire sul territorio e non portare il paziente in ospedale. È successo esattamente il contrario e i contagi si sono moltiplicati, perché dentro un ambiente angusto è come fare l’aerosol del virus». —
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