Dalle Metope del Duomo alcune delle ispirazioni per il turista Alighieri?
STEFANO MINARELLI
Non è che nelle biografie di Dante Alighieri la città di Modena compaia molto spesso. Anzi, di solito proprio non appare. Si direbbe quindi che l’autore della Commedia non abbia mai soggiornato all’ombra della Ghirlandina. Tuttavia, la ‘parlata’ modenese non gli era sconosciuta. Egli ne accenna nel De vulgari eloquentia (I XV 2-4) in termini non propriamente lusinghieri. Dal suo punto di vista, il dialetto modenese sarebbe caratterizzato da “una certa durezza” tipica dei Lombardi, derivata dalla mescolanza con la lingua degli invasori Longobardi. Il che peraltro giustificherebbe, secondo lui, la scarsa predisposizione dei ‘geminiani’ nei confronti della poesia aulica volgare. Ma come faceva Dante a conoscere la ‘parlata’ modenese? All’indomani del suo esilio, tra il 1304 e il 1306, egli fu a Bologna. Lì diede inizio alla stesura del De vulgari eloquentia. Che ne abbia approfittato per fare un salto Modena? Chissà…. Le fonti al riguardo tacciono. Con un’unica, significativa, eccezione. A proposito di Vanni Fucci, uno dei personaggi della Commedia (Inf., XXIV 97-151, XXV 1-18), il cronachista Pandolfo Arfaruoli (XVII sec.) scrive che: “Questo è quel Vanni Fucci, che il Dante Poeta fiorentino, nel suo 24 canto dell’Inferno, finse trovare ne la bolgia de ladri, come il quale si dice, che Dante ebbe odio particolare per un mostaccione, che detto Vanni li dette una volta nella città di Modona…” In poche parole, l’Alighieri, passeggiando per Modena, si sarebbe beccato un sonoro ceffone (il mostaccione) per mano del pistoiese Vanni Fucci. Nei confronti del quale, nell’occasione, il sommo poeta non avrebbe risposto per le rime restituendogli la sberla, ma con le rime, collocandolo nell’Inferno. Un atteggiamento prudenziale, quello del fiorentino, più che comprensibile, dal momento che il Fucci, “omo di sangue e di crucci” (XXIV 129), era un personaggio decisamente ‘scomodo’.
Guelfo di parte ‘nera’, quella avversa all’Alighieri, Vanni Fucci è stato uno dei più feroci protagonisti della storia pistoiese negli ultimi anni del XIII secolo. Sicario, rapinatore di strada, omicida, ladro sacrilego, di lui si diceva che avesse rubato gli arredi della sagrestia della chiesa di San Iacopo in Pistoia. Un reato per il quale vennero giustiziati degli innocenti. Dante ne tratteggia un ritrattino al fulmicotone. Lo colloca nella settima Bolgia, quella dei ladri fraudolenti. Vanni Fucci dichiara con spavalda sincerità la sua natura bestiale e profetizza a Dante la definitiva sconfitta dei guelfi ‘bianchi’, la parte politica del poeta. Lo fa compiacendosi di ribadire la sua disposizione sacrilega, rivolgendo al Cielo il gesto triviale delle fiche (Inf. XXV 1-3): “Al fine de le sue parole il ladro / le mani alzò con amendue le fiche, / gridando «Togli, Dio, ch’a te le squadro!»”.
Per la cronaca, il cosiddetto gesto-fica, ben noto agli antropologi, consiste nell’indirizzare verso l’avversario la mano stretta nel pugno, con il dito pollice inserito tra l’indice ed il medio ripiegati. Tornando a Dante, cosa ci facessero, lui e Fucci, in giro per Modena, città prevalentemente ghibellina, resta un mistero. Di certo, se il poeta avesse avuto realmente l’occasione di trascorrere un po’ di tempo in città (i dantisti ci credono poco), non avrebbe potuto esimersi dal dare un’occhiata alla cattedrale di san Geminiano e alle sculture che la decorano. Qui vi avrebbe trovato un repertorio immenso di immagini e figure che avrebbe potuto utilizzare nelle tre Cantiche. La domanda quindi è: nel duomo di Modena c’è qualcosa che potrebbe aver ispirato il Sommo? Un’immagine che poi egli ha trasposto in qualcuno dei suoi canti? La risposta è sì. L’immagine in questione appartiene ad una delle cosiddette ‘metope’: otto lastre di pietra ora conservate al Museo lapidario. Quella in oggetto ospita una fanciulla adagiata al suolo, sacrificata tra un ibis ed una sfinge che occupano i lati brevi del blocco. La sfinge è la Sfinge tebana, quella dell’indovinello sulle tre età dell’uomo. Osservando quest’ultima, si nota che è stata scolpita con la testa innestata alla rovescia sul tronco. Il capo è ritorto all'indietro. Se potesse drizzare il collo, la sua faccia sovrasterebbe la schiena, non il busto. Orbene, il medesimo artifizio stilistico lo si ritrova in Dante (Inf. XX, 10-15), dove costituisce la pena cui è sottoposta una ben precisa categoria di dannati: quella degli indovini, falsi ‘profeti’, maghi e astrologi che affollano la quarta Bolgia. Tra essi, peraltro, si segnalano alcune delle più importanti figure di 'sapienti' dell'antichità come Anfirao e Tiresia, entrambi legati al ciclo tebano e quindi alla figura della Sfinge, la ‘vergine profetica’ cantata da Sofocle (Edipo re, 1199). Nel loro caso, la legge del contrappasso è evidente e, additando Anfirao, Virgilio la spiega con queste parole:" Perché volse veder troppo davante, / di retro guarda e fa retroso calle" (XX 36-39). Come farebbe la sfinge della lastra modenese, che è interamente incentrata sul tema della ‘profezia’, dal momento che anche all’ibis si attribuivano capacità profetiche attestate dalla Bibbia (Gb. 38,36). Concludendo: il supplizio degli indovini, che i dantisti considerano una delle trovate più originali del poeta, trova in una delle Metope del duomo di Modena un clamoroso precedente iconografico. È da essa che Dante ha tratto ispirazione? Non lo si potrà mai stabilire con certezza. Ma piace pensare che proprio all’ombra della Ghirlandina il Sommo abbia concepito alcune delle immagini più potenti della Divina commedia. —
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