Gazzetta di Modena

Dante Estense tesoro per i duchi rubato da Napoleone e restituito a Modena

Micaela Torboli
Dante Estense tesoro per i duchi rubato da Napoleone e restituito a Modena

Storia dell’antico codice risalente al 1300 Conservato nella Biblioteca Estense 

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Micaela Torboli

Un dato stupisce: non esistono autografi di Dante Alighieri, di alcun tipo, neppure una firma di sua mano. Almeno per ora. Magari, in futuro, qualche fortunato ricercatore ne troverà un esemplare. Perciò i codici manoscritti delle sue opere, più vicini al tempo in cui egli le scrisse e furono copiati, sono preziosissimi. Gli Estensi, nella loro lunga storia, possedettero alcune di queste gemme. L’astio che il Sommo Poeta aveva accumulato verso di loro, per molte e valide ragioni, non fermò il desiderio della casata di possedere i suoi lavori. Tra di essi si annovera quello che viene definito “il codice estense per eccellenza”, ovvero il Dante Estense, codice π. R. 4. 8= It. 474 della intera Divina Commedia. Si trova alla Biblioteca Estense Universitaria di Modena.

Studiatissimo, risale alla fine del ’300, quindi meno di un secolo lo distanzia dal completamento della stesura originale. Ha una storia affascinante. Manca nei registri ferraresi antichi, ma accadde anche a diversi altri volumi (come al celebre De Sphaera del 1470 circ), poi, nel trasferimento degli Estensi a Modena nel 1598, molti libri vennero depositati presso persone di fiducia, perché non esisteva nella nuova capitale una biblioteca adeguata per contenerli, e gli inventari modenesi, in seguito, non sempre furono completi. Nel XVII secolo, finalmente, il codice vi appare. O riappare, se si pensa che fosse in mano agli Estensi da tempi remoti. Quando Napoleone potè scegliere a suo piacimento quali tesori rapinare dalla biblioteca modenese, tra i 70 codici che fece depositare alla Bibliothéque Nationale (poi Imperiale) vi fu il Dante Estense, restituito solo dopo il 1815. Ai francesi peraltro il codice deve molta della sua notorietà, perché fu ammirato e citato già nel Diarium Italicum (1712) dell’abate Bernard de Montfaucon, un eruditissimo paleografo e archeologo, che viaggiò in Italia nel 1698-1701; data la fama di Montfaucon, la cosa si riseppe. Nel 1859 l’ultimo duca di Modena, Francesco V d’Asburgo-Este, dovendo scegliere solo tredici libri della sua biblioteca prima di fuggire in esilio a Vienna, incluse tra essi il Dante Estense, reso all’Italia solo un decennio più tardi. Lavorato su pergamena, il codice è interamente illustrato da una sola mano e conta più di duecento acquarelli. Gli storici non concordano nel crederlo prodotto a Ferrara, e neppure c’è unità sulla sua datazione.

Al volume manca il titolo. Il libro si apre quindi con una pagina che entra subito nel vivo. Dante vi è ritratto presso la lettera N, e si vede anche nella “selva oscura” che però pare solo un ameno boschetto e nel pensier non “rinova” la paura.

Le pagine di pergamena hanno ampi bordi lasciati liberi, gran lusso, il che fa capire come il Dante Estense sia stato eseguito per un arciricco, dato il costo finale che dovette essere stratosferico. Il codice mostra diversi stemmi araldici, solo in parte identificati. La bellezza dei caratteri in semigotica libraria e del commento pittorico, come è stato definito l’apparato artistico, insieme alla sua importanza testuale, concorrono a fare del Dante Estense un caposaldo della cultura italiana. —



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