Il ricordo di Primo Levi al Campo di Fossoli: sguardo sul dramma della deportazione
In “Se questo è un uomo” ha raccontato il suo passaggio Nel dopoguerra intrattenne rapporti con la Fondazione
Inauguriamo un appuntamento periodico con cui la Fondazione Fossoli apre un’ulteriore finestra di comunicazione, e abbiamo voluto farlo con il racconto del rapporto poco noto che Primo Levi, il testimone per eccellenza, intrattenne nel dopoguerra con il Campo di Fossoli.
«Come ebreo venni inviato a Fossoli, presso Modena, dove un vasto campo di internamento, già destinato ai prigionieri di guerra inglesi e americani andava raccogliendo gli appartenenti alle numerose categorie di persone non gradite al neonato governo fascista repubblicano. Al momento del mio arrivo, e cioè alla fine del gennaio 1944, gli ebrei italiani nel campo erano centocinquanta circa, ma entro poche settimane il loro numero giunse a oltre seicento».
Così, nel primo capitolo di Se questo è un uomo, Primo Levi descrive il suo arrivo al Campo di Fossoli, tappa italiana del viaggio “giù” verso il fondo del Lager, di cui diventerà acuto e lucido testimone. Il libro di Levi è diventato uno tra le maggiori opere di letteratura del XX secolo, e ha certamente contribuito a diffondere la conoscenza del campo di transito di Fossoli. Meno noti sono i successivi rapporti che Levi vi intrattenne, anche se a distanza, e che ritroviamo in due momenti fondanti del processo di memoria che si attivarono nel primo dopoguerra attorno alla sua storia: la mostra nazionale dei lager nazisti (1955) e l’inaugurazione del Museo Monumento al Deportato (1973). Nel decennale della Resistenza, la città di Carpi si fa promotrice di un’imponente manifestazione e di un’importante mostra che portano all’attenzione pubblica il fenomeno della deportazione e dei campi di sterminio. Si trattava di una esposizione allestita all’interno del Cortile del Castello, con immagini in bianco e nero montate su un cartoncino beige che documentavano le atrocità dei lager; un allestimento povero, ma il suo impatto in una società italiana che poca attenzione aveva riservato, nel dopoguerra, ai racconti di quanti ritornavano dai Lager, fu enorme. L’eco della mostra - allestita a pochi chilometri da quello che era stato il campo speciale della deportazione dall’Italia, “anticamera dell’inferno” - si diffuse ben presto sul territorio nazionale.
Nel 1959 la mostra è allestita a Torino, dove Levi vive, lavora come chimico e si dedica “a tempo perso” alla scrittura: dal ’57 ha iniziato a scrivere La tregua, racconto del suo viaggio di ritorno dalla Polonia, e l’anno successivo la casa editrice Einaudi avrebbe pubblicato l’edizione definitiva di Se questo è un uomo, dopo che nel 1947 ne aveva rifiutato il manoscritto. Levi visita la mostra e rimane colpito del grande successo torinese; partecipa a conferenze di approfondimento, incontra studenti e cittadini, risponde ad una lettera pubblicata sulla Stampa di una adolescente “che vuole sapere la verità”, ringraziandola “perché è la lettera che attendavamo”. È l’inizio di una testimonianza che si interromperà solo con la morte. L’altro momento in cui Levi “ritorna” a Carpi è in occasione della costruzione del Museo Monumento al Deportato politico e razziale, straordinaria opera dello studio Bbpr di Milano. A Levi viene richiesto un contributo, una frase da graffire sulle pareti del Museo assieme a quelle tratte dalle Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea che corrono su tutte le pareti. Levi risponde inviando nel 1969 un testo redatto nel suo linguaggio preciso ed essenziale, ma troppo importante per non essere reso noto. Verrà posto come introduzione al primo Catalogo del Museo Monumento, edito nel 1973 in occasione dell’inaugurazione . Concludo con le parole di Levi che sintetizzano il suo impegno di scrittore e testimone: «Se il nazionalsocialismo avesse prevalso (e poteva prevalere) l’intera Europa, e forse il mondo, sarebbero stati coinvolti in un unico sistema, in cui l’odio, l’intolleranza e il disprezzo avrebbero dominato incontrastati». —
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