Gazzetta di Modena

«Il rapimento di una star per raccontare un’epoca sommersa dal grigiore»

ALICE BENATTI
«Il rapimento di una star per raccontare un’epoca sommersa dal grigiore»

Alessandro Robecchi ospite dell’associazione «L’asino che vola» e de « La Tenda» presenta il noir “Flora” con protagonista il suo celebre personaggio Carlo Monterossi 

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ALICE BENATTI

«Più che Flora, in Italia esiste la florità: lo stile di fare televisione in quel modo lì» – chiarisce Alessandro Robecchi, rispondendo alle dubbie identificazioni del suo personaggio Flora De Pisis (la regina della tivù del dolore, che nel suo ultimo libro è stata rapita) con alcune note conduttrici italiane. Un intrigo che vede di nuovo protagonista Carlo Monterossi, questa volta alle prese con “un piano bellissimo, oltre le stelle” di una coppia di rapitori ispirata da un grande artista: Robert Desnos, poeta e resistente.

Quella di Robecchi è una delle avventure più coinvolgenti di Carlo Monterossi. La presentazione modenese, che vedrà l’autore dialogare con lo scrittore Fabio Massimi, si terrà oggi alle 18 in diretta sulle pagine Facebook “Associazione culturale L'Asino che vola” e “La Tenda”.

Ad un certo punto, raccontando dell’incontro tra Stranieri e il deluso regista televisivo Ollini, scrive che avevano parlato “in una parola, del coraggio che non c’era, e non solo in tivù, ma ovunque, nel cinema, nei libri”. Lei scrive libri, è autore televisivo…pensa sia così?

«Credo che attraversiamo un’epoca di grande mediocrità e lo testimonia il fatto che ho dovuto includere Desnos per dare l’aria di un periodo storico in cui le idee muovevano ancora le cose. Oggi non vedo un’impennata di idee che possano cambiarle, siamo un po’ sommersi dal grigiore. Naturalmente le eccezioni ci sono sempre però non c’è un movimento culturale che può parlarci di novità, di libertà, di interazione. È tutto un po’ appiattito».

Corrado Stranieri, la mente del piano, seduce tutti: la sua complice Caterina, Flora, alla fine persino il Monterossi. La sfida ad “educare” il pubblico proprio attraverso Flora, metaforicamente il “Lucifero” di quel “girone infernale di vite piccole in cerca d’autore” che era il suo programma, alla fine gli fa guadagnare anche l’ammirazione del lettore. È lui alla fine a dimostrare di avere quel coraggio che manca alla televisione?

«Beh, sì. Stranieri è quello che potremmo chiamare un agitatore culturale. Quello che compie è un gesto totalmente surrealista che tuttavia dà una lezione: quando lui dice a Caterina “ho un piano bellissimo, oltre le stelle” è chiaro che deve puntare su una forza che è la seduzione, il fascino per qualcosa di folle che però ci dirà delle cose, forse. Lasciamo un po’ di suspense… Quindi sì, uno Stranieri oggi sarebbe stato un ottimo surrealista. *Nel libro si tocca in diverse occasioni il tema della memoria: non solo nel ricordo di quel poeta resistente ma nel racconto di un giornalismo che cambia velocemente opinione (e lei scrive che “in paese senza memoria è un gioco da ragazzi”) ma anche nella facilità con cui in Italia la storia della diva rapita scivola via ben presto “come acqua su un vetro».

Siamo un Paese con poca memoria?

« Secondo me sì, abbiamo la memoria del pesce rosso. È un Paese che la resetta molto spesso e questo carattere nazionale è alimentato anche un po’ dai media perché nessuno fa notare quando qualcuno cambia clamorosamente idea. Questa porta non solo a rifare errori già fatti ma soprattutto crea una sostanza indistinta in cui si può dire tutto e il contrario di tutto senza che nessuno sia più capace di scandalizzarsi. Nel libro ci sono alcuni passaggi sui talk show dove il Monterossi dice “io potrei dare al notaio una busta in cui scrivo cosa dirà quello lì e ci azzeccherei”. È un po’ così: assistiamo a una commedia delle parti in cui tutti sappiamo già cosa si dirà».

Per i rapitori il sequestro di Flora e lo show alla quale l’avrebbero “formata” era un’opera d’arte, un atto surrealista, proprio come il poeta che vogliono raccontare: Robert Desnos. Dal libro si capisce che lo ama moltissimo, perché?

«Come tutti gli innamoramenti, non era pianificabile. Ho incontrato Desnos per puro caso: passavo da Praga in vacanza e mi sono fermato al campo di concentramento di Terezin dove ho visto questa piccola lapide. Da lì, non so perché, mi sono messo a studiare, a leggere le sue poesie, poi sono passato alle biografie e ho scoperto che la più bella opera d’arte di Desnos è stata la sua vita: era un uomo libero, anche dai pregiudizi e dai luoghi comuni del suo tempo. Così mi è stato sempre più chiaro che fosse il contraltare perfetto per la banalità dell’oggi. Da una parte oggi abbiamo “le Flore” con la pornografia dei sentimenti, e dall’altra Desnos, che porta sentimenti veri. Se almeno uno di quelli che leggeranno Flora si andrà a cercare qualche sua poesia, io sarò molto contento».

Flora De Pisis nel nome mi ha ricordato Maria De Filippi, con “Crazy Love” che potrebbe essere “C’è posta per te”. Ma come immagine più una Barbara D’Urso con il suo “Pomeriggio Cinque”… ci sono andata vicina?

«Io sono di questa linea: ognuno ci vede quello che vuole. Per spazzare via ogni dubbio dico che Flora è la somma di tutte “le Flore” che abbiamo oggi in Italia, che sono quattro-cinque e, tra l’altro, non tutte donne. Quelli che spingono sulla lacrima facile, sul disastro familiare. Ha ragione: ci sono elementi sia dell’una che dell’altra ma anche di altri ancora, soprattutto quando si va sulla cronaca nera. Più che Flora, in Italia esiste la “florità”: lo stile di fare tv in quel modo lì».

Un buon noir deve raccontare la realtà attraverso i suoi personaggi. Questo è l’ottavo libro che vede protagonista Carlo Monterossi, cosa condivide con lui?

«Penso che anche se uno si sforza di non farlo, qualcosa di autobiografico entra sempre in un libro. Il Monterossi è più moderato di me ma una cosa che abbiamo in comune è Bob Dylan: un dono che gli ho fatto dal primo libro perché, avendo quest’uomo sempre dei grandi rimpianti legati agli amori passati, ho pensato di regalargli io un amore. Un amore definitivo, il nostro per Dylan. Devo dire però che del Monterossi ammiro il suo senso di giustizia così sviluppato e interclassista. È uno che si trova a suo agio sia ai piani alti quanto con i personaggi più popolari della periferia» —

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