Gazzetta di Modena

«Marco, un critico di razza che sapeva spiegare i testi non in termini accademici»

Michele Fuoco
«Marco, un critico di razza che sapeva spiegare i testi non in termini accademici»

Il ricordo, per l’omaggio a Santagata, degli amici e colleghi Walter Siti e Claudio Giunta. L’intervento anche dell’editor Beppe Cottafavi che parlerà del rapporto di amicizia con Vasco 

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intervista

Michele Fuoco

Cinque mesi fa moriva a Pisa, a 73 anni, Marco Santagata, studioso di fama internazionale di Dante (il libro postumo è “Le donne di Dante”), Petrarca e Boccaccio, docente e romanziere, nato a Zocca. Oggi gli viene reso omaggio attraverso le testimonianze di tre amici: Walter Siti, uno dei più famosi scrittori e critici italiani, Claudio Giunta, italianista, dantista e professore al’Università di Trento, e Beppe Cottafavi editor e responsabile delle pagine culturali di Domani. E proprio Cottafavi, ha pubblicato sul Dondolo, casa editrice digitale del Comune , di cui è direttore, il memorabile ebook “Amici nemici” sui due grandi intellettuali modenesi che hanno raccontato la loro formazione e la loro amicizia. «Santagata e Siti si sono tenuti d’occhio – sostiene l’editor - per tutta la vita, dal tempo del Liceo Muratori in cui non erano compagni di classe, ma di sezione diverse ed erano i più bravi della scuola. Si parlano per la prima volta quando vanno a sostenere l’esame di ammissione alla Normale di Pisa, il giorno subito dopo l’alluvione a Firenze. Li porta in auto il padre di Marco, preside. Strade bloccate e devono attraversare tutto l’Appennino per arrivare a destinazione. Da qui le vite parallele dei due. Poi con la morte di Marco continua l’affetto enorme di Siti. E oggi si parlerà del percorso “dalla Normale a Dante», ma anche dell’amicizia tra Marco e Vasco, entrambi di Zocca». Siti minimizza la competizione al Liceo. «Si è un po’ esagerato: era solo una gara per chi era più bravo».

Cosa apprezza in particolare di Santagata scrittore?

«Lui ha fatto un po’come me. Due vite separate: il critico letterario e il romanziere. Nel romanzo ha parlato anche di critica. Mi piaceva in assoluto la sua capacità di critico, di andare nel profondo delle motivazioni di un testo, dell’autore nello scrivere il testo, come se volesse mettersi nella sua testa. Certe volte gli riusciva di più facendo romanzi, piuttosto che cose di critica vera e propria. Nel senso che alcune ipotesi più avventurose non si sentiva di farle come critico e le faceva in quanto narratore».

Ha scritto “Il Maestro dei santi pallidi”, Premio Campiello 2003…

«È il suo romanzo più romanzo meglio riuscito, dove non c’entra il lavoro di critico. Un libro di memoria dell’Appennino. Mentre ne “Il copista”, che è la storia del tormento di Petrarca per l’abbandono del giovane, amato come un figlio, che aveva copiato numerosi componimenti del Canzoniere, c è anche l’aspetto di studioso».

Ne “L’amoroso pensiero” Santagata penetra e traduce la poesia del Canzoniere nella lingua contemporanea. C’è chi non è d’accordo

«La polemica anche quando Marco ha fatto una traduzione con il testo a fronte del Canzoniere di Leopardi. Penso, invece, che sia giusto. Anche Dante è scritto in una lingua che nessuno riesce a capire. L’italiano antico è talmente lontano da noi per cui, se la lingua non si conosce, ci sono due strade: o istituisci all’Università dei corsi di italiano antico, che non ci sono, o fai lezione con il testo in italiano moderno accanto a quello antico. Altrove lo fanno da tempo: Chrétien de Troyes in Francia, Chaucer in Inghilterra».

E il suo lavoro più importante su Dante?

«La più audace come interpretazione di Dante è “L’io e il mondo”. Nei libri, prima della biografia, ci sono le cose più belle, come studioso di Dante».

Fino ad arrivare al recente “Le donne di Dante?

«E’ un libro minore, anche illustrato. Non so quanto tempo gli ha dedicato. Lo stava facendo negli ultimi tempi. Ci sono pezzi già scritti in altri suoi libri, ma dentro si notano alcuni affondi critici per cui si riconosce di essere un critico di razza. C’è un pezzo su Pia dei Tolomei o dei Malavolti in cui spiega perché i versi a lei dedicati sono così belli, mentre quelli per Cunizza da Romano sono solo dei pretesti per fare dei discorsi antiguelfi e le casate venete. Marco ha avuto sempre la capacità di spiegare i testi non in termini accademici, ma di capire ciò che in Dante diventa poesia o qualcosa di abbastanza esteriore. Interessante l’aspetto di ricerca di motivazioni private: Francesca a Rimini raccontata da gente che l’aveva conosciuta».

Come analisi è più importante quella su Dante e su Petrarca?

«Petrarca lo ha studiato da una vita. E’ il suo autore da sempre. Dopo la laurea ha iniziato ad occuparsi del Canzoniere e del suo autore. Quindi, come interpretazione globale dell’opera, è più approfondita quella su Petrarca. Ma poi negli ultimi tempi gli interessava più Dante che Petrarca».

Santagata è più critico o più scrittore? In cosa ha lasciato un forte segno?

«Assolutamente più critico. Ha lasciato il segno nell’interpretazione che ha dato dei due più grandi scrittori».

C’è qualche rimpianto per non aver mai scritto un libro insieme?

«Una volta Marco mi aveva fatto la proposta di scrivere insieme una letteratura italiana: lui si occupava dei primi quattro secoli e io degli altri. Mi sono un po’ spaventato, forse preso dalla scrittura, e poi il rammarico per non averlo fatto. Penso che sarebbe diventato un libro abbastanza divertente».

Cosa ha provato per la morte di Marco?

«Mi è molto dispiaciuto. Solo che l’ho saputo da lontano. La pena vera l’avevo avuta un anno e mezzo prima: c’eravamo visti al Salone del Libro di Torino. Credo venisse da una cura forte in ospedale. Sembrava molto più vecchio di me, anche se coetanei. Era costretto a bere soltanto il brodo al ristorante, in cui siamo andati. Gli tremava la mano quando reggeva il cucchiaio. L’ho visto in una condizione che mi ha fatto molto male. Come se non fosse più l’amico che avevo sempre conosciuto: una persona molto minata dalla malattia. E ciò che mi ha colpito». —© RIPRODUZIONE RISERVATA

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