Gazzetta di Modena

VIGNOLA. TEATRO FABBRI 

È in scena “La lettera”: 1800 repliche in 30 anni per la pièce di Paolo Nani

Elena Pelloni
È in scena “La lettera”: 1800 repliche in 30 anni per la pièce di Paolo Nani

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Elena Pelloni

VIGNOLA Milleottocento repliche in quasi trent’anni. Sono questi i numeri dello spettacolo di Paolo Nani, “La lettera”, da ieri e fino a domenica in scena al Teatro Fabbri di Vignola. La regia è di Nullo Facchini mentre la sceneggiatura è ispirata al libro “Esercizi di Stile” di Raymond Queneau. «Un uomo entra in scena si siede a un tavolo, beve un sorso di vino che però poi spunta, chissà perché, contempla la foto della nonna e scrive una lettera. La imbusta, la affranca e sta per uscire quando gli viene il dubbio che nella penna non ci sia inchiostro. Controlla e constata che non ha scritto niente. Deluso, esce. Tutto qui», afferma Paolo Nani a proposito del suo “La lettera”.

Quante volte cambia uno spettacolo in trent’anni di repliche?

«Quando riguardo i video delle prime rappresentazioni le trovo lente e silenziose. Eppure, la gente ride. Effettivamente, cambiano tante cose nel tempo. Cambia il contesto in cui viene proposto lo spettacolo e cambio io. Ora “La lettera” è più veloce e più rumorosa, anche se non parlo, se non nel primo minuto. E quel minuto è tradotto in tutti i dialetti locali delle città in cui replico lo spettacolo: le persone capiscono cosa dico, io no. E attraverso tutti questi cambi di pelle è diventano uno spettacolo oliatissimo».

“La lettera” ha girato il mondo grazie alle moltissime tournée. Anche questo rappresenta un motivo di cambiamento?

«Assolutamente. Lo spettacolo non può essere proposto alla stessa maniera in tutti i Paesi. Per il semplice motivo che, pur trattandosi di una stessa scena che si ripete, gli stili e i contesti di riferimento cambiano. Come cambia il senso dell’umorismo dal Sud America al Giappone, dall’Italia all’India. Ecco, in India, ad esempio, non ho mai provato a portarlo, non saprei come intercettare il pubblico. Mentre in Giappone è piaciuto molto, ma nessuno rideva. Sono fatti così e mi avevano avvisato. È stato strano ma comunque divertente».

Può succedere che, nel tempo, sia proprio l’interprete a perdere entusiasmo del suo spettacolo?

«Mi è capitato, certo. Ma quando mi sono messo a fare altri spettacoli, ecco che “La lettera” tornava a galla con una nuova carica ed energia. Ci sono state repliche in cui mi sono divertito tantissimo, proprio perché era da tempo che non lo facevo. E questo il pubblico lo avverte subito. In teatro tutti giocano un ruolo per la riuscita della messa in scena e può succedere che siano gli spettatori a suggerirmi una flessione piuttosto che un’altra. In generale, con il tempo ho trovato dei trucchi per mantenere l’energia giusta a ogni replica. Mi induco un po’ paura, magari preparo gli allestimenti all’ultimo e questo mi dà la spinta giusta per entrare in scena con quell’adrenalina necessaria per lo spettacolo dal vivo».

I regolamenti Covid hanno imposto dei cambiamenti alla sceneggiatura?

«Sì, durante lo spettacolo andavo in mezzo alla gente e coinvolgevo qualche spettatore. Ora non potrò farlo ma anche questo limite, se così vogliamo chiamarlo, rappresenta un’occasione per studiare e inventarsi qualcosa di nuovo». —

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