L’intramontabile “Lettera” di Nani tiene a battesimo la rifioritura dei teatri
Le compagnie hanno lavorato in lockdown e finalmente propongono i lavori al pubblico
Andrea Marcheselli
Un anno abbondante di pandemia non ha fermato i teatri, sebbene, in sostanza, due stagioni siano state rovinate. Con la tenacia, la pervicacia, verrebbe da dire, della gente di teatro non si sono interrotte le attività di progettazione, di prova, mentre fiorivano trasmissioni digitali che non potevano avere la vitalità della relazione tra l’attore e lo spettatore in presenza, ma ugualmente hanno rimarcato la volontà di non arrendersi all’emergenza poiché dell’atto teatrale la nostra civiltà non può, evidentemente, fare a meno.
Dal 26 aprile finalmente si è riavuta la possibilità di aprire i teatri, almeno nelle “zone gialle”, e così anche nel Modenese è stato quasi un rifiorire di spettacoli. Il caso di Modena, e della sua regione, è ancor più particolare perché negli stessi giorni si è conclusa la lunga vicenda dell’individuazione del nuovo direttore di Emilia Romagna Teatro Fondazione, per cui si può ben dire che in queste settimane si sia avviata una stagione fortemente rinnovata sotto quasi ogni aspetto.
Ecco, allora, che si sono riaperte le sale, ove possibile, oppure, come a Castelfranco dove il Dadà è in fase di ristrutturazione, già l’8 maggio si è organizzato un evento “per strada”, la quarta fase di “Mediatori del reale” con “Miraggi”, un progetto di Fabiola Fidanza e Francesca Di Fazio, affiancate dai tutor Daria Deflorian ed Elena Di Gioia. La scorsa settimana, invece, mentre Drama Teatro nel suo spazio di via Buon Pastore organizzava “Succede”, una “installazione sensoriale abitata” di Gabriella Salvaterra, Ert allo Storchi ha presentato la sua nuova produzione “Ana contra la muerte”, scritto e diretto da Gabriel Calderon, ed al Fabbri di Vignola (il primo dei teatri del Modenese a riaprire, la settimana precedente, con il curioso ed intrigante “Rapimento”, spettacolo-installazione per uno spettatore di Carlotta Pansa e Jacopo Giacomoni) è andato in scena un vero e proprio classico della comicità, “La lettera”, di Paolo Nani, uno spettacolo che si può ben dire intramontabile, visto che è dal 1992 che gira il mondo con grande successo in sale solitamente gremite. Si può dire che sia stato così anche a Vignola, benché l’impressione, per via delle norme sul distanziamento, possa essere stata tutt’altra. Certo, vedere tutti quegli spazi vuoti, tra una fila e l’altra, tra ogni spettatore, rimane come un colpo allo stomaco, ma le risate che hanno accompagnato lo spettacolo hanno comunque riempito il teatro di una vivacità antica. “La lettera”, prendendo spunto dagli “Esercizi di stile” di Raymond Queneau, ripropone con varianti di stile una semplice scena, un uomo che si siede ad un tavolo, beve un sorso di vino che poi sputa senza che se ne si sappia il motivo, quindi guarda la foto della nonna ed infine scrive una lettera, che imbusta, affranca e sta per uscire quando gli sorge il dubbio che la penna in verità non scriva. Constatato che è proprio così, esce deluso. La storia viene replicata miriadi di volte, riproposta all’indietro, con fare volgare, nello stile del cinema muto, del circo, horror, e così via, pure senza mani, applicandovi la padronanza scenica e dell’atto comico di Nani, artista considerato tra i più grandi clown al mondo.
Ferrarese di origine ma apolide nel senso più autentico, danese, da decenni, per residenza, Nani non necessità della lingua parlata perché riesce benissimo a comunicare col corpo, coi gesti, con le espressioni che calibra di conseguenza alla relazione che instaura col pubblico, generando in tal modo quelle situazioni di empatia alla base dei suoi pressoché universali trionfi. —
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