Gazzetta di Modena

“Anna” di Calderon pugno allo stomaco che riconcilia con il teatro

andrea marcheselli
“Anna” di Calderon pugno allo stomaco che riconcilia con il teatro

Sul palcoscenico dello Storchi la ripartenze è con Calderon 

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andrea marcheselli

È come un pugno nello stomaco, “Anna contro la morte”, ma è anche uno di quegli spettacoli che si può considerare un vero peccato perdere. In scena al Teatro Storchi fino ad oggi, la nuova produzione di Emilia Romagna Teatro Fondazione è una creazione di Gabriel Calderon (nella foto), autore e regista uruguaiano tra le principali figure emergenti della scena internazionale, col quale Ert ha scelto di collaborare da alcuni anni a questa parte, sia nelle vesti di formatore che, ovviamente, per la sua attività di drammaturgo e regista. Questo suo ultimo spettacolo, proposto a Modena in prima nazionale, è nato da una esperienza dolorosa che lo stesso Calderon ha vissuto, la scomparsa prematura della sorella, che lo ha indotto ad una riflessione sulla morte, in particolare quando colpisce qualcuno che ti sia particolarmente caro. In tal senso, nulla può essere forte come il dolore che prova una madre per la perdita di un figlio, e per lui la scrittura teatrale si è rivelata il mezzo migliore per interrogarsi su quale sia il limite del lecito al fine di evitare una simile tragedia. Anna, infatti, è una madre il cui figlio è malato di un tumore maligno incurabile o, forse, affrontabile con costosissime terapie sperimentali. La sua condizione di povertà non le consentirebbe di pagare le cure, per cui è indotta a procurarsi il denaro necessario in modo illegale, arrivando a fare la “mula” per lo spaccio internazionale di droga. Finita in prigione, le verrà concesso un permesso per poter assistere alla morte del figlio, dopo la quale non le resta che sopravvivere alla ricerca di un senso di tutto quanto le è accaduto, riflettendo sulla sua giustizia, o meno, sulla sua colpevolezza di fronte alla vita prima ancora che alla legge, su quanto sia possibile ma ancor di più giusto fare per opporsi a un destino che pare ineluttabile soprattutto nell’indigenza. Una storia tristissima, insomma, che grazie alla scrittura di Calderon peraltro riesce quasi a travolgerti perché il meccanismo drammaturgico è concepito come una spirale avvolgente, un vero e proprio maelstrom che ti aspira nella tragedia e ti mette in condizione di non potertene estraniare.

Molto brava, in questo senso, la protagonista Anna Gualdo, irresistibile nel trascinarti al cuore della sua angoscia, prima quando ne cerca disperatamente una via d’uscita, dopo quando tenta di importi di divenirne complice, dimenticando tutto quanto di orribile possa avere compiuto o anche solo pensato. Proprio il confronto con la commozione che può generare il caso di una madre disposta a tutto nella sua disperazione ci pare il senso ultimo dell’allestimento, che nella sostanza ci chiede, o forse anche ci impone, di esprimerci su una esperienza che momento dopo momento si fa sempre più estrema, trasformandosi da sfida contro il fato a vera lotta contro i limiti della vita.

Alla fine, rimanendo qualcosa di assolutamente personale l’eventuale risposta che potrebbe essere data su questi pesanti interrogativi, quello che comunque resta è dove riesce a condurti l’atto teatrale, quanto una rappresentazione come questa possa indurre a una riflessione che vada al di là di un generico e frettoloso giudizio morale in virtù della capacità che possiede di precipitarti nella vicenda.

In altre parole, su tutto vince il linguaggio teatrale che quando è affidato a chi lo sappia gestire con la dovuta competenza rimane uno strumento irresistibile per indagare nel profondo l’uomo e la società cui appartiene. Una vittoria, almeno, rimane. Quella del teatro. —



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