Gazzetta di Modena

Il potere del fumetto per raccontare la lotta per la libertà di due donne

ALICE BENATTI
Il potere del fumetto per raccontare la lotta per la libertà di due donne

Sara Colaone racconta la genesi del libro Evase dell’Harem «Zennur e Nuryé eroine che voglio solo vivere la loro vita»

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ALICE BENATTI

Le sorelle Zennur e Nuryé, figlie di un dignitario dell’Impero Ottomano, sono poco più che ventenni quando nel 1906 scappano in gran segreto da Costantinopoli (Istanbul) per allontanarsi da una vita segregata nell’harem e conquistare la libertà in Francia. Sono loro a presentarsi nella copertina di “Evase dall'Harem” (Oblomov), la nuova graphic novel disegnata dalla fumettista Sara Colaone su sceneggiatura dei fratelli francesi Didier Quella-Guyot e Alain Quella-Villéger.

Il libro è stato presentato ieri a Modena, sulle pagine Facebook “Asino che vola” “Ubik Modena” e “La Tenda”, e Sara ha condotto il pubblico all’interno di una storia (vera) che scorre tra Oriente e Occidente per parlarci di reclusione, autodeterminazione femminile, ricerca di diritti e felicità ma anche della potenza della comunicazione come arma di lotta.

Com’è nato il suo coinvolgimento in questo progetto?

«Me lo hanno proposto Alain e Didier perché erano rimasti colpiti dai disegni di "Leda" (Colaone-Satta-De Santis, Coconino Press, 2016), il mio lavoro precedente che è ambientato nello stesso periodo storico. La cosa divertente è che leggendo la sceneggiatura mi sono resa conto che c’erano punti che valeva la pena ampliare e così, da circa 77 pagine, è diventata di 120. Nello scrivere una narrazione con le immagini e con i testi credo si debbano riservare momenti che inducano il lettore a fermarsi a riflettere, senza correre ma conservando un proprio spazio di meditazione. Quello che viene raccontato qui è basato sul loro lavoro di ricerca ed è tratto da una specie di saggio romanzato nel quale, attraverso documenti, viene ricostruito il viaggio di queste donne. Ma non solo perché la storia è in realtà molto più ampia: abbraccia le vicende degli intellettuali del periodo, le relazioni fra Oriente e Occidente e soprattutto le grandi idee che circolavano in quella grande società cosmopolita».

Le due sorelle turche erano animate da quel “mito europeo” che continuano ad avere tanti migranti, seppur spinti a mettersi in viaggio da motivazioni che sappiamo essere diverse…

«Le due sorelle vengono da una famiglia di origini francesi che ha sposato il Medio Oriente e sono cresciute guardando molto all’Europa. È interessante perché si capisce che quella fra questi Paesi è una storia fatta di relazioni e di reciproca fascinazione. Ciò che loro mettono in piedi è un’avventura innanzitutto letteraria perché prima di intraprendere questo viaggio istruiscono lo scrittore francese Pierre Loti rispetto alla vita vera della donna turca, facendogli capire che dietro alla dimensione esotica c’è anche molta tristezza, sofferenza. Quando poi fuggono in gran segreto rischiano davvero di essere imprigionate ed uccise perché era quello il trattamento che veniva riservato. Insomma, per due ragazze aristocratiche come loro quella da cui scappano è una sorta di prigione: per questo abbiamo chiamato il libro “Evase dall’Harem”, perché scelgono la fuga come ultimo elemento di speranza… è il loro spirito che lo chiede. Non fuggono da povertà o da condizioni politiche insostenibili come i migranti di oggi, per loro è un tentativo disperato di sperimentare sé stesse in un’altra situazione».

E si ribellano pubblicamente Una delle due sorelle, Nuryé, sulle pagine di “Le Figaro littéraire” scrive: “Avevamo bisogno di orizzonti aperti (…) di camminare nell’universo, libere, l’anima al vento: è tutto ciò che desideriamo”…

« Sì, trovano anche questa forza e la loro storia fa il giro dei giornali di tutta Europa. Ad un certo punto l’opinione pubblica si deve occupare di loro perché, è vero, i migranti c’erano anche all’epoca ma non finivano sui giornali dal momento che facevano parte di una classe politica diversa cioè quella delle persone comuni. Le due sorelle fanno vedere che è possibile fuggire – quindi che le “maglie” di questa prigione non sono così strette come sembrava – e soprattutto che c’è un altro tipo di fuga: quella della comunicazione, la vera arma che inizia a decostruire l’idea di Oriente monolitico e, per certi aspetti, impenetrabile». Torniamo ai suoi disegni: che lavoro c’è dietro ad ogni singola tavola?

« Per me la parte divertente è il lavoro sulle fonti iconografiche cioè andare a cercare le fotografie, le illustrazioni e i riferimenti che mi consentono di restituire al lettore il “sapore” dell’epoca. Mi piace utilizzare il disegno per rendere cose come il pericolo, l’avventura e il peso della letteratura in quel periodo, che era non solo un fattore di acculturazione ma soprattutto un grande mezzo di intrattenimento. Prima cerco tutto il materiale che può essermi utile per essere abbastanza fedele alla realtà, poi inizio il disegno a matita, lo inchiostro con il pennello e, infine, spesso lo ritocco in digitale. Cerco di semplificare molto perché voglio che il lettore si beva una sorta di estratto di quelle che sono le riflessioni su un’epoca. Altrimenti si dovrebbero utilizzare altri mezzi, come la fotografia, no?»

Dunque qual è, per lei, il potere del fumetto?

«Quello di creare una fortissima sintesi grafica e restituire al lettore qualcosa di sintetico, fortemente interpretato ma corretto sul piano dell’immagine. Credo sia interessante perché ci consente di non giudicare tutto con il nostro “metro” ma di cercare di acquisire anche le prospettive degli altri. E in questo libro c’è una prospettiva particolare: quella di due ragazze che diventano delle eroine ma ad un certo punto si rifiutano di esserlo perché vogliono fare altro cioè vivere la loro vita, sperimentare. Noi riusciamo a fare questa operazione perché ascoltiamo la loro voce – attraverso i loro diari, pamphlet e articoli - anche se talvolta ci dice cose diverse da quelle che ci aspettiamo». —

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