«Così l’artista vive nell’opera e scopre le pene dell’uomo»
A Gate 26, in via Carteria, esposta la tela del giovane pavullese Tommaso Giusti
Michele Fuoco
MODENA.Non si sa se Pavullo sia terra di santi, Ma lo è, certamente, di artisti di valore. Agli artisti storici (Mazzieri, Covili, Biolchini, Palladini, Scarabelli…) si è aggiunto, alcuni anni fa, Giovanni Manfredini. Ora merita attenzione Tommaso Giusti, per la sua grande opera, di due metri, dal titolo “Martire n.9”, esposta fino a domenica a Gate 26, in via Carteria. Meraviglia l’impianto costruttivo dell’opera realizzata ad olio, su cartone posto poi su legno, dal 24enne artista di Pavullo (studi al Venturi di Modena e all’Accademia di Venezia) che crede fermamente nella pittura come esperienza inesauribile del colore e della materia, impegno formale, capacità penetrante di rappresentazione. E in questa sua figura imponente si può cogliere un’immagine meditata con segni di mutazioni, di inquietudine e sofferenza che vede la partecipazione affettiva dello stesso artista che si compenetra, persino fisicamente, nell’opera.
Come procede per realizzare l’opera?
«Spesso prima di andare ad applicare la tela grezza al supporto, realizzo su di essa una "sindone" o impronta di un corpo vivo o morto (un animale), avvolgendolo all'interno, per facilitare l' imprimitura attraverso oli e ossidi. Successivamente applico la vera e propria pittura aiutandomi con le tracce create e lasciando visibili parti forti o interessanti. Chiari riferimenti tecnici e formali aiutano a collocare le mie creazioni all’interno del mondo classico e cristiano (pale d'altare, trittici, foglia d'oro)».
Quando inizia a lavorare, ha già un’idea del progetto da affrontare?
«Non ho un pensiero preesistente alla creazione di un’opera. La mia ispirazione è prettamente legata al fare. Lavorando si risveglia la mia creatività e riesco a trovare soluzioni nuove. Le motivazioni sono sentimentali e non mentali».
Su cosa si fonda la sua produzione?
«La mia produzione nasce dalla necessità di sviscerare la figura umana, cercando di riportarla alla sua essenza scarnificata e reale, indagandone lo spirito e le pulsioni attraverso il corpo che diventa terreno di scontri, violenza e mutamento. Non una visione volutamente idilliaca, artificiale. Ma il desiderio di collocare l’uomo, nella sua interezza e fragilità, al centro di un dialogo con l'opera e con sé stesso».
Qual è il percorso della sua ricerca?
«La mia ricerca comincia durante il periodo accademico con tele aventi come soggetto principale gli animali macellati. Guardavo molto all’irlandese Francis Bacon (1909-1992) che interpretava il mondo d’angoscia con spietata lucidità (Crocifissioni, papi, bue squartato…). Sono stato assorbito da lui per poi discostarmene, quando ho accettato di essere un pittore incompleto che in un certo modo stava mentendo. Non per le figure e le tematiche per le quali nutro ancora un forte attaccamento, ma per la verità e il mondo che volevo raccontare e trovare nelle persone che mi stavano attorno. Ho avuto uno scontro fisico con la pittura e sono andato a lavorare all’interno di un macello, al mattatoio, per uccidere questo mondo che volevo raccontare. Ho voluto far parte della realtà cruda e cercare di far scorrere l’arte, la bellezza in mezzo alle cose, non sopra di esse. È stato per me il più grande insegnamento. I pilastri su cui si basa la mia pittura sono la morte, il sacro e il tempo. Nel tempo le mucche sono diventate persone e le persone sono diventate Cristi, martiri. Ne indago lo spirito e le pulsioni attraverso il corpo».
Perché fa pittura e non arte digitale?
«Constato con piacere che molti giovani artisti, come me, stanno riscoprendo la pittura figurativa, permettendo all'arte di restaurare, o provare a ricostruire un dialogo con quella fascia di popolazione di "non addetti ai lavori”. Un dialogo che buona parte della produzione d’avanguardia del secondo Novecento aveva escluso». —© RIPRODUZIONE RISERVATA
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