Gazzetta di Modena

L’INTERVISTA 

Bertoni tra i celebri poeti di Einaudi con la nuova raccolta “L’isola dei topi”

Michele Fuoco
Bertoni tra i celebri poeti di Einaudi con la nuova raccolta “L’isola dei topi”

Un libro, molto modenese, con omaggi e dediche ai grandi della cultura e agli amici più cari 

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Michele Fuoco

Ora è Giulio Einaudi a pubblicare le sue poesie. Per Alberto Bertoni è la vera consacrazione di maestro del verso. “L’isola dei topi” è il titolo del libro che il docente di letteratura italiana contemporanea all’Università di Bologna ha scritto dal 2015 al 2019. Inviato, su consiglio dell’amico poeta Gabriele Frasca, alla casa editrice Einaudi, la raccolta doveva essere pubblicata nel 2022. Invece, per Bertoni la sorpresa di vederlo, un anno prima, in 144 pagine. “L’ultima poesia che ho scritto è “Salonicco”, dove ero andato per l’Università. Poi ho aggiunto, perché c’erano due pagine libere, un testo in prosa che parla di una mia passeggiata, di domenica mattina, in tempo di lockdown, lungo corso Canalchiaro, dove, secondo voci popolari, i muratori di una impresa edile, durante lavori di ristrutturazione, hanno picconato un pavimento di una cantina e sono stati travolti da un’orda di topi. Più avanti, una lastra marmorea con la data 1930: è la casa dei morti modenesi di un’altra peste, quella narrata da Manzoni”.

E’ ciò che le ha dettato il titolo del libro?

“Il libro ha due valenze: la memoria infantile per essere nato, nel 1955, sulle sponde del canale Archirola, in una notte di diluvio. Ho sempre abitato nella zona sud di Modena, quella più solcata da canali (Morane, Canalchiaro…). Mio nonno era un maniaco di camminate, e io andavo con lui, anche prima delle elementari, sulle rive di questi canali con erbacce dove circolavano topi che, da bambino, mi hanno accompagnato nell’immaginario. Poi i canali, alla fine degli anni 60, li hanno coperti. C’è pure la memoria del fumetto “Maus” di Art Spiegelman dove le persone hanno la faccia da topi. Inoltre per le conseguenze dell’olocausto, ho cominciato a studiare la sua letteratura e ho collegato la topizzazione del mondo a ciò che è accaduto nella cultura occidentale dopo Auschwitz e anche dopo i gulag. L’anello di congiunzione è Paul Celan, il poeta dell’olocausto, che chiamava l’olocausto né olocausto, né shoah, ma Was war, ciò che è stato, l’accaduto. Allora mi è venuto di creare il rapporto con Celan e mi sono accorto che aumentavano le poesie che avevano i topi dentro”.

Ma ci sono anche altri animali…

“Un bestiario costituiva anche una sezione nel mio libro precedente, “Traversate”. Non c’è un processo di umanizzazione, come nelle favole classiche (Fedro, Esopo), degli animali che rappresentano vizi e virtù umane, ma un processo di animalizzazione dell’umanità. Sono le bestie, il mostruoso, che albergano dentro di noi. Hanno un valore simbolico inquietante per gli uomini”.

Lei gioca sul ricordo e la dimenticanza. La disponibilità a ricordare da cosa è determinata? E l’oblio?

“Il ricordo è qualcosa di involontario, lo aveva detto Proust. Qualcosa che scaturisce da sensazione che non ti aspetti. Ci sono tre o quattro poesie in cui ricordo la storia di Alzheimer di mio padre, il tema del terrore per il fatto che anche mia madre è finita demente. L’indifferenza o il rimorso portano, invece, a dimenticare, quando si fanno brutte figure, non si è all’altezza e ci si muove in negativo. E le presenze di animali cominciano ad aleggiare attorno a noi. Oggi non ci sono più i passeri, ma cornacchie e piccioni, in via Barbieri, dove abito. Anche gli uccelli hanno un’altra forma rispetto a quelli della mia infanzia. Cerco di far vedere anche ciò che è di negativo”.

Lei dice:“Modena mi piace”. Qual è il suo rapporto con la città?

“Questo è un libro molto modenese e ne sono coinvolto. Ma Modena è una città fortemente antipoetica. Non hai trattato bene i suoi artisti, vedi il caso di Delfini. Non è una città intellettuale. Essendo fondata più sull’economico e sul commerciale è difficile farsi ascoltare, apprezzare in un ambiente ostile. La mia dimensione intellettuale di docente è Bologna. Sono molto scisso tra queste due realtà. In verità, non ho mai voluto dormire, prendere un appartamento a Bologna. Quando non sono all’Università, devo tornare a Modena. La mia cultura me la sono formata a Bologna, la mia Università è Bologna e non ci rinuncerei per nessuna cosa al mondo, mentre la città comune, quotidiana, di mio padre, è Modena, dove devo passare la notte”.

C’è una sezione con dediche e omaggi a persone care….

“La sezione era divisa in due capitoli: uno per i morti e l’altra per i vivi. Il direttore di collana Bertani mi ha consigliato di accorparli: allora per distinguerli, ho impiegato “per” per le persone che non ci sono più e “a” per quelle vive. Sono dialoghi con amici, amiche, intellettuali, come Balestrini, Cucchi.... Mi sta a cuore in modo particolare la poesia dedicata al mio maestro Ezio Raimondi, nel giorno della sua scomparsa, nel 2004. Un’altra è per la poetessa di Bologna Michela Turra. Mi ha colpito la sua morte improvvisa, il giorno dopo la premiazione e cena insieme a Sasso Marconi”. Questa poesia è come un biglietto di rimpianto a cui tengo molto”.

Cosa ha provato nel trovarsi con lo stesso editore che ha pubblicato poesie di Majakovskij, Zanzotto, Delfini, Lorca, Pasternak, Caproni, Sereni…

“Non volevo nemmeno crederci. Sono straordinariamente attenti, bravi, curano tutto con rigore. Due cose che mi fanno fatto più piacere: essere, con Einaudi, nella collana così prestigiosa che ha ancora la veste grafica data, nel 1964, da Bruno Munari che è uno dei più grandi designer europei; ma anche perché i libri della collana bianca sono sempre reperibili nelle librerie. —

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