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intervista 

Horror, thriller e fantasy nel romanzo di Pilato le sorprese non mancano

cristiana minelli
Horror, thriller e fantasy nel romanzo di Pilato le sorprese non mancano

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cristiana minelli

Antonio Pilato, ravennate, 31 anni, è psicopedagogista e scrittore. Legato a Modena dove ha vissuto per qualche anno, dopo aver collezionato tre lauree e aver letto molti libri, si è dedicato alla scrittura. Ha pubblicato «Incubi grotteschi di esiliati sognatori» (Mario Vallone Editore, pp. 124, 10.00 euro), una raccolta di 12 brevi racconti di genere weird (horror filosofico, thriller grottesco, fantasy urbano) nella quale è contenuto anche «La melodia famigliare», racconto vincitore di una selezione nel settimanale Ravenna&Dintorni durante il primo lockdown, «Cacofonie da appartamento», racconto inserito nella macro-antologia «Quando a Derry fa buio», dedicata Stephen King, e «La mosca democratica», racconto selezionato e inserito nell’antologia «Carnaio. Antologia di narrativa novocarnista». Appassionato di letteratura dell’orrore fin da bambino, affascinato dai romanzi brevi della serie «Piccoli brividi» di Robert Lawrence Stine, dopo l’università ha conosciuto e approfondito il lavoro di Stephen King, e poi quello di Howard Phillips Lovecraft e Thomas Ligotti, che hanno influenzato il suo immaginario e i suoi studi: la terza tesi di laurea, infatti, è dedicata al tema dell’infanzia insita nei contesti della letteratura dell’orrore. La sua prima antologia di racconti ha tratto ispirazione anche dalla penna di altri autori, come Edgar Allan Poe, Agatha Christie, Clark Ashton Smith, Robert William Chambers, Erle Stanley Gardner e Murakami Haruki.

Se parliamo del genere weird di cosa parliamo?

«Quando parliamo di weird non parliamo necessariamente di horror, bensì di un mix di generi il cui prodotto è un qualcosa che viene definito “strano”, non da intendersi sempre come un qualcosa che deve far paura, ma in realtà con tutto quello che esula dal concetto di “normale”».

La vita di tutti i giorni, con l’esplosione della pandemia, non è anche lei, in fondo, foriera di «Piccoli Brividi»?

«Potrebbe esserlo. Io stesso, ho cercato di sfruttare gli umori generali della gente durante il primo lockdown per scrivere una novella che dovrei riuscire a pubblicare entro la fine di quest’anno: «Scienza ritegno» è il titolo».

I protagonisti dei suoi racconti, a volte, devono rispondere a domande esistenziali. Come: «Lei sta cercando qualcuno che non conosce… ma mi dica: lei è riuscito a trovar prima se stesso?» Quanto gioca la sua formazione sulla sua scrittura?

«Moltissimo. Essendo psicopedagogista, gli aspetti legati allo studio della mente, sia dal punto di vista conscio, sia inconscio, vengono quasi sempre approfonditi con una chiave di lettura deforme, grottesca, ma pur sempre fabbricata dalla realtà».

Cos’è la notte più buia?

«La “notte più buia” è l’allegoria di tante cose: quando non riesci a dormire perché scopri di aver un tumore appena diagnosticato, quando vaghi per le strade desolate alla ricerca di un qualcosa che sai bene che non esiste, quando i pensieri nelle tenebre diventano mostri da cui non riesci più a fuggire…».

Se dovesse ambientare un racconto a Modena, città dove ha vissuto e cui è legato, dove ci porterebbe?

«Beh, se leggerete il racconto «La melodia famigliare», scoprirete che l’ambientazione modenese non riguarda una scelta da fare… ma una scelta già fatta!»

Per tutti gli amanti del genere e per chi si cimenta per la prima volta nel weird, teste decapitate e gufi sono in agguato, e pugnali, e carne a brandelli. E sorrisetti, a cavallo delle tenebre. —

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