Caterina Bonvicini, storie che feriscono «Il peggio? Razzismo e indifferenza»
Gabriele Farina
SOLIERA. «Ogni racconto è un esempio di una scelta». E la scrittrice Caterina Bonvicini ne ha scelti quattordici. Sono “Le ferite”, le esperienze di sette scrittrici e altrettanti scrittori che apriranno oggi la “Festa del Racconto”, in programma fino a domenica. Bonvicini presenterà la raccolta dalle 21 al parco della Resistenza. L’autrice dialogherà con il direttore scientifico della Festa Marco Antonio Bazzocchi e Ettore Mazzanti, operatore di Medici Senza Frontiere.
Caterina Bonvicini, di quali ferite si parla?
«Ogni autore ha declinato il tema a suo modo. Per esempio, Marco Missiroli ha inserito una lettera di un naufrago per parlare di razzismo. Melania Mazzucco descrive la differenza dei mondi che c’è tra gli ospedali in Italia e in Africa. Domenico Starnone tratta della scoperta del male. Rossella Milone affronta le ferite della separazione, Marcello Fois rimarca la ferita culturale del femminicidio».
Qual è per lei la ferita più grave?
«Il razzismo. In un anno di fragilità economica e sociale il razzismo avanza. Pensiamo all’iniqua distribuzione dei vaccini e alle varianti. La ferita del razzismo purtroppo andrà solo a peggiorare».
Quale può essere il vaccino contro il razzismo?
«Purtroppo tanti lo cavalcano molto. Il lavoro nelle scuole sarebbe importante. Va detto che i bambini non sono razzisti: lo sono i genitori».
Il libro “Le ferite” è un omaggio ai cinquant’anni di Medici Senza Frontiere. Quali ferite ha trovato seguendo l’associazione?
«Medici Senza Frontiere fa molto di più di curare le ferite fisiche: cura quelle dell’anima. I medici vanno dove c’è un’emergenza, pensiamo al Mediterraneo. Curano le persone da due punti di vista: da un lato quello materiale, dall’altro quello psicologico. Medici Senza Frontiere insegna ad avere un po’ di umanità».
Qualche esempio?
«L’associazione ha aiutato in Lombardia durante l’emergenza Covid, dando un’interessante dimostrazione delle loro attività. Da un lato, se i medici vanno in Congo, Iraq, Siria tutti applaudono. Dall’altro, il vero problema è legato alla criminalizzazione di ogni aspetto legato al Mediterraneo. Se si prendono cura dei migranti sono accusati di colpe assurde».
Cosa l’ha colpita nei viaggi con Medici Senza Frontiere?
«Ero con loro a bordo della Ocean Viking nel gennaio 2020. Loro salvano la vita delle persone. L’ostacolo peggiore è l’indifferenza, l’ignoranza, il pregiudizio nei confronti del Mediterraneo da parte di chi non conosce la situazione. Ho seguito tre missioni con loro, accorgendomi dell’enormità della tragedia. Non ci si può voltare dall’altra parte: senza Medici Senza Frontiere tanti bambini sarebbero morti».
È quindi fondamentale raccontare, come nello spirito della Festa del Racconto?
«La Festa è un evento meraviglioso. Il racconto è un genere fondamentale, ignorato spesso anche dall’editoria. Tutti vogliono i romanzi, eppure con un racconto si può capire meglio la letteratura. Ogni racconto è un esempio di una scelta».
Come sarà per lei tornare in presenza?
«Bellissimo. Ho seguito mille attività in video, ma dal vero è molto più emozionante». —
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