Gazzetta di Modena

Romagnoli alla Festa del Racconto  

«La pandemia ci ricorda il valore del semplificare dal superfluo»

Serena Arbizzi
«La pandemia ci ricorda il valore del semplificare dal superfluo»

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l’intervista

Alle 18 Piazza dei Martiri a Carpi ospita “La tradizione del racconto”, una conversazione tra gli scrittori Gabriele Romagnoli, Daniele Benati ed Ermanno Cavazzoni, moderata dal direttore scientifico della Festa del Racconto Marco Antonio Bazzocchi. Festa che entra sempre più nel vivo. Romagnoli, autore di Navi in Bottiglia, raccolta di 101 brevi racconti di piccoli episodi del quotidiano, parlerà del racconto come viaggio. Benati, scrittore di storie visionarie, parlerà della sua passione per la narrativa irlandese, leggendo alcuni racconti di Beckett nella sua personale traduzione in dialetto emiliano. Autore squisitamente felliniano è Ermanno Cavazzoni, dal cui Poema dei lunatici Fellini trasse il suo ultimo film, “La voce della luna”: Cavazzoni leggerà “Un artista del digiuno” di Franz Kafka.

Romagnoli, il racconto durante la pandemia: lei ha dato sfogo alla sua creatività durante il lockdown?

«Da un lato avendo a disposizione tutto quel tempo e l’assenza di tantissime distrazioni chi scrive ha avuto una grande opportunità per riflettere andare più in profondità perché messo a confronto con temi cruciali. Ma è un’arma a doppio taglio perché si è finito per riflettere su se stessi. Poteva essere un’occasione: tantissimi scrittori dentro a una stanza hanno immaginato mondi. Nel 2020 gli scrittori nella stanza hanno raccontato la stanza e il panorama della finestra. Quest’opportunità di racconto si è ripiegata, in molti casi, su se stessa».

Dove ha trascorso il lockdown e qual è la prima cosa fatta dopo la riapertura?

«Mi ha pesato tanto ma ho quasi pudore nel dire queste cose, perché non ho avuto effetti del contagio, quindi è necessario mettere le cose nella giusta prospettiva. Non ho potuto viaggiare ma poteva andare molto peggio. Mi ha cambiato la vita perché ero abituato a passare in viaggio più della metà dei giorni di maggio. Sono tornato da New York il primo maggio dello scorso anno e non sono più andato all’estero. Ho il piano di vedere cento paesi e sono fermo a 85 e non so quando riannoderò questo percorso. Sono stato fermo a Roma, a casa, guardando il gasometro, ora un enorme Tricolore. Dopo ho scoperto la bellezza di certi litorali vicino a Roma, ma non vedo l’ora di poter riprendere il percorso interrotto».

Qual è l’86esimo paese?

«Doveva essere la Bielorussia, avevo il volo per Minsk a metà marzo poi è saltato tutto».

In “Solo bagaglio a mano” parla delle città con le cicatrici: ogni notte lascia spazio all’alba. Siamo noi dopo la pandemia: abbiamo la speranza di essere migliori dopo questa grande prova?

«Questo è stato un errore di prospettiva. Si è voluto sprecare una possibilità generale. Saremo migliori tutti? No, come in tute le cose. Ci sono persone che hanno la capacità di capire il senso di quanto accaduto e migliorarsi, che per me significa evolversi, ma non è che tutto il genere umano possa avere lo stesso atteggiamento. Alcuni di noi metteranno quest’esperienza in prospettiva. Non saremo tutti migliori, quindi. Alcuni sì, la percentuale non la so. Molte cose sono diverse. Lo vediamo in questa fase delle vaccinazioni: sono state adottate delle scelte accettate e abbastanza curiose. Come la scelta delle prime categorie da vaccinare. Il fatto che siano passate senza che la gente scendesse in piazza è un sintomo di una visione condivisa».

Semplificare una delle sue parole d’ordine: dopo la pandemia questo “mantra” si evolve?

«Semplificare è un lavoro continuo. Questa è stata un’occasione per renderci conto di quante cose sono non necessarie per la nostra esistenza e di quanti desideri siano superflui». —



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